MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

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Pubblicato il 08/05/2019

Festa della prima Apparizione di San Michele Arcangelo

   

Antica Supplica a San Michele Arcangelo

I. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che pieno di fede, di umiltà, di riconoscenza, di amore, lungi dall’aderire alle suggestioni del ribelle Lucifero, o di intimidirvi alla vista degli innumerevoli suoi seguaci, sorgeste anzi pel primo contro di lui ed animando alla difesa della causa di Dio tutto il restante della Corte celeste, ne riportaste la più completa vittoria, ottenetemi, vi prego, la grazia di scoprire tutte le insidie, e resistere a tutti gli assalti di questi angioli delle tenebre, affinché, trionfando a vostra imitazione dei loro sforzi, meriti di risplendere un giorno sopra quei seggi di gloria da cui furono essi precipitati per non risalirvi mai più.
   Gloria.

II. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che destinato alla custodia di tutto il popolo Ebreo, lo consolaste nelle afflizioni, lo illuminaste nei dubbi, lo provvedeste di tutti i bisogni, fino a dividere i mari, a piover manna dalle nubi, a stillar acqua dai sassi, illuminate, vi prego, consolate, difendete, e sovvenite in tutti i bisogni l’anima mia, affinché, trionfando di tutti gli ostacoli che ad ogni passo s’incontrano nel pericoloso deserto di questo mondo, possa arrivare con sicurezza a quel regno di pace e di delizie, di cui la terra promessa ai discendenti di Abramo non era che una smorta figura.    Gloria.

III. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che, costituito capo e difensore della cattolica Chiesa, la rendeste sempre trionfatrice della cecità dei gentili colla predicazione degli Apostoli, della crudeltà dei tiranni colla fortezza dei Martiri, della malizia degli eretici colla sapienza dei Dottori, e del mal costume del secolo colla purità delle Vergini, la santità dei Pontefici e la penitenza dei confessori, difendetela continuamente dagli assalti de’ suoi nemici, liberatela dagli scandali de’ suoi figliuoli, affinché, mostrandosi sempre in aspetto pacifico e glorioso, ci teniamo sempre più fermi nella credenza de’ suoi dogmi, e perseveriamo sino alla morte nell’osservanza de’ suoi precetti.
   Gloria.

IV. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che state alla destra dei nostri altari per portare al trono dell’Eccelso le nostre preghiere e i nostri sacrifizii, assistetemi, vi prego, in tutti gli esercizii della cristiana pietà, affinché compiendoli con costanza, con raccoglimento e con fede, meritino di essere di vostra mano presentati all’Altissimo, e da Lui ricevuti come l’incenso in odore di grata soavità.    Gloria.

V. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che, dopo Gesù Cristo e Maria, siete il più potente mediatore tra Dio e gli uomini, al cui piede s’inchinano confessando le proprie colpe le dignità le più sublimi di questa terra, riguardate, vi prego, con occhio di misericordia la miserabile anima mia dominata da tante passioni, macchiata da tante iniquità, ed ottenetemi la grazia di superare le prime, e detestare le seconde, affinché, risorto una volta, non ricada mai più in uno stato sì indegno e luttuoso.
   Gloria.

VI. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che, come terror dei demoni, siete dalla divina bontà destinato a difenderci dai loro assalti nell’estrema battaglia, consolatemi, vi prego, in quel terribile punto colla vostra dolce presenza, ajutatemi col vostro insuperabil potere a trionfare di tutti quanti i miei nemici, affinché, salvato per mezzo vostro dal peccato e dall’Inferno, possa esaltare per tutti i secoli la vostra potenza e la vostra misericordia.
   Gloria.

VII. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che con premura più che paterna discendete pietosamente nel tormentoso regno del Purgatorio per liberarvi le anime elette, e seco voi trasportate nella eterna felicità, fate, vi prego, che, mediante una vita sempre santa e fervorosa, io meriti di andare esente da quelle pene sì atroci. Che se, per le colpe non conosciute, o non abbastanza piante e scontate, siccome già lo preveggo, mi vi andassi condannato per qualche tempo, perorate in allora presso il Signore la mia causa, movete tutti i miei prossimi a suffragarmi, affinché il più presto possibile voli al cielo a risplendere di quella luce santissima che fu promessa ad Abramo ed a tutti i suoi discendenti.    Gloria.

VIII. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran Giudizio, ed a precedere colla Croce il Figliuolo dell’uomo nella gran valle, fate che il Signore mi prevenga con un giudizio di bontà e di misericordia in questa vita, castigandomi a norma delle mie colpe, affinché il mio corpo risorga insieme coi giusti ad una immortalità beata e gloriosa, e si consoli il mio spirito alla vista di quel Gesù che formerà il gaudio e la consolazione di tutti quanti gli eletti.    Gloria.

IX. Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che costituito governatore di tutta l’umana natura, siete in modo speciale il Custode della cattolica Chiesa, e del visibil suo Capo, riunite al seno di questa eletta Sposa di Gesù Cristo, tutte le pecore erranti, gli infedeli, i turchi, gli ebrei, gli scismatici, i peccatori, affinché, adunati tutti in un sol ovile, possano cantare unitamente per tutti i secoli le sovrane misericordie: sostenete nella via della santità, e difendete da tutti i nemici l’infallibile interprete de’ suoi voleri, il suo Vicario sopra la terra il Romano Pontefice, affinché obbedendo sempre alla voce di questo pastore universale, non mai si allontanino sai pascoli della salute, ma crescano anzi ogni giorno nella giustizia così i sudditi come i magistrati, così i popoli come i Re, e compongano su questa terra quella società concorde, pacificata e indissolubile, che è l’immagine, il preludio e la caparra di quella perfetta ed eterna che comporranno con Gesù Cristo tutti i beati nel cielo.
   Gloria.

   Oremus. Da nobis, omnipotens Deus, beati Michaeli Arcangeli honore ad summa proficere; ut cujus in terris gloriam praedicamus, ejus quoque precibus adjuvemur in coelis. Per Dominum, etc.

   Giaculatoria a s. Michele: O glorioso o forte, arcangiol san Michele, siatemi in vita e in morte, proteggitor fedele.

 

Dai Quaderni di Maria Valtorta, 13 settembre 1943

   (iniziata nel momento della Comunione). 

   Dice Gesù: 
   «L’arcangelo Michele, che voi invocate nel Confiteor, ma, secondo la vostra abitudine, con
l’anima assente, troppo assente, era presente alla mia morte di croce. I sette grandi arcangeli che stanno in perenne davanti al trono di Dio, erano tutti presenti al mio Sacrificio. E non dire che ciò è in contraddizione col mio dire: "Il Cielo era chiuso". Il Padre, lo ripeto, era assente, lontano, nel momento in cui la Grande Vittima compiva l’Immolazione per la salute del mondo.
   Se il Padre fosse stato meco, il Sacrificio non sarebbe stato totale. Sarebbe stato unicamente sacrificio della Carne condannata alla morte. Ma Io dovevo compiere il totale olocausto. Nessuna delle tre facce dell’uomo: quella carnale, quella morale, quella spirituale, doveva essere esclusa dal sacrificio, perché Io ero immolato per tutte le colpe, e non soltanto per le colpe del senso. Or dunque è comprensibile che anche il morale e lo spirituale mio dovevano essere stritolati, annichiliti nella mola del tremendo Sacrificio. Ed è anche comprensibile che il mio Spirito non avrebbe sofferto se esso fosse stato fuso con quello del Padre.
   Ma ero solo. Innalzato, non materialmente ma soprannaturalmente, a una tale distanza dalla Terra che nulla più di conforto poteva venirmi da essa. Isolato da ogni conforto umano. Innalzato sul mio patibolo avevo portato su esso il peso immisurabile delle colpe di tutta un’umanità di millenni passati e di millenni avvenire, ed esso peso mi schiacciava più della Croce, trascinata con tanta fatica da un corpo già agonico per le erte, afose, sassose vie di Gerusalemme, fra i lazzi e gli urtoni di una plebe imbestialita.
   Sulla Croce ero col mio soffrire totale di carne seviziata e col mio supersoffrire di spirito accasciato da un cumulo di colpe che nessun aiuto divino rendeva sopportabili. Ero un naufrago in mezzo ad un oceano in tempesta e dovevo morire così. Il mio Cuore si è schiantato sotto l’affanno di questo peso e di questo abbandono.
   Mia Madre m’era vicina. Lei sì. Eravamo noi due, i Martiri, avvolti nello strazio e nell’abbandono. E il vederci l’un l’altro era tortura aggiunta a tortura. Poiché ogni mio fremito lacerava le fibre di mia Madre, ed ogni suo gemito era un nuovo flagello sulle mie carni flagellate e un nuovo chiodo infisso non nelle palme ma nel mio Cuore. Uniti e divisi nello stesso tempo per soffrire di più, e su noi i Cieli chiusi sul corruccio del Padre e tanto lontani... 
   Ma gli arcangeli erano presenti all’Immolazione del Figlio di Dio per la salute dell’uomo e alla Tortura della Vergine-Madre. E se è detto nell’Apocalisse che agli ultimi tempi un Angelo farà l’offerta dell’incenso più santo al trono di Dio, avanti di spargere il fuoco primo dell’ira divina sulla Terra, come non pensate che fra le preghiere dei santi, incenso imperituro e degno dell’Altissimo, non siano, prime fra tutte, le lacrime, oranti più di qualsiasi parola, della mia Santa benedetta, della mia Martire dolcissima, della Madre mia, raccolte dall’angelo che portò l’annuncio e che raccolse l’adesione, del testimone angelico degli sponsali soprannaturali per i quali la Natura Divina contrasse legame con la natura umana, attrasse alle sue altezze una carne e abbassò il suo Spirito a divenire carne per la pace fra l’uomo e Dio?
   Gabriele e i suoi celesti compagni curvi sul dolore di Gesù e di Maria, impossibilitati a sollevarlo, perché era l’ora della Giustizia, ma non assenti da esso, hanno raccolto nel loro intelletto di luce tutti i particolari di quell’ora, tutti per illustrarli, quando il tempo non sarà più, alla vista dei risorti: gaudio dei beati e condanna prima dei reprobi, anticipo a questi e a quelli di ciò che sarà dato da Me Giudice supremo e Re altissimo.»
   Si è iniziato il parlare di Gesù mentre dicevo il Confiteor e la mia mente ha visto Gabriele, luce d’oro, curvo in adorazione della Croce, credo. Ma non vedevo la Croce.
   Oggi, poi, sfogliando attentamente le pagine dattilografate per correggere i più piccoli errori di trascrizione, acciò non vi siano svarioni che alterano il pensiero, trovo un mio commento, in data 31 maggio, circa la distruzione di Gerusalemme... Ricordo l’impressione avuta quel giorno leggendo S. Luca nel cap. 21 e nei versetti 20 a 24. Dicevo quel giorno: "Ho capito che c’è un riferimento a noi tutti. Non ho visto chiaramente. Sono però rimasta sotto la dolorosa impressione". Oggi rileggo S. Luca e purtroppo mi pare che il brano calza a dovere coi nostri disgraziati casi...
   Gesù mi parla oggi di sette arcangeli che stanno sempre davanti al trono di Dio. Ci sono proprio o è un numero allegorico? Ho cercato nella Bibbia, ma non ho trovato niente in merito. Questa deve essere una di quelle "lacune" di cui parla Gesù l’ 11 giugno.

 

   21 dicembre 1945

   Oh! Padre! Non so se lei se ne è accorto che al momento della S. Comunione io facevo fatica a seguirla perché ero… già altrove, intenta a guardare verso l'alto, da dove mi veniva un richiamo gioioso, di quella gioia non descrivibile con confronti e vocaboli umani. Dovevo fare uno sforzo a staccarmi di là per rispondere a lei… Dopo, fra sussulti di letizia, ondate di letizia sempre più vasta, mi si è schiarito sempre di più l'ultraumano e ho visto.
   Ho visto i fulgidissimi azzurri delle praterie paradisiache… È già cosa che porta alla beatitudine, anche rimanesse da sola, questa vista delle plaghe celesti inondate dalla luce che nessun paragone spiega, dalla luce del Paradiso.
  Noti che le distese del celeste Regno mi apparivano molto più in alto del comune cielo etereo, eppure mi erano distintissime come fossero non più oltre dei tetti; e sempre quando contemplo il Paradiso ho questa sensazione di infinita lontananza dalla Terra e quella di essere ioche sono trasportata oltre l'atmosfera terrestre per essere avvicinata al Cielo paradisiaco perché io possa vedere bene. Mi sento, insomma, strappata alla Terra e portata lassù, lontano. Non nel Paradiso, che è ancora più in alto, ma dove già il creato è lontano anche con le stelle e i pianeti. Ho la sensazione di essere inginocchiata con l'anima mia, e lo farei anche materialmente se un resto di vigilante ragione non mi trattenesse dal dare manifestazioni di quanto avviene in me. Ma con l'anima mi prostro perché sento d'essere al cospetto di ciò che è tanto superiore all'uomo, che va venerato anche se è semplicemente luce e azzurro senza limiti.
   Da un punto messo fra nord ed est vengono incontro a me, camminando, come comuni mortali, sui campi di zaffiro, tre splendidissime figure di un incesso regale e dignitosissimo. Eppure non hanno alcun sussiego. Tutt'altro. Camminano sciolte, senza perdere imponenza. Sorridono guardando me e si sorridono accennandomi fra di loro con un linguaggio di sguardi. Man mano che si avvicinano vedo i moti dei bellissimi occhi, le iridi azzurro zaffiro nel primo, nerissime nel secondo, castano dorato nel terzo, splendere nel sorriso e alla luce del Paradiso. Vengono fino al limite del campo celeste oltre il quale è il vuoto fino allo scaglione inferiore dove sono io, venerante e rapita. E lì si fermano guardandomi, sorridendo come solo un angelo può sorridere, stando allacciati alla vita come tre fratelli che si amano e che passeggiano insieme.
   Sono i tre arcangeli: Gabriele, Michele, Raffaele. E tento di fargliene un ritratto. Sono tre bellissimi giovani. Mi appaiono come giovani dai 20, anche dai 18 ai 30 anni. Il più giovane è Raffaele, il più anziano (nell'aspetto) Michele dalla terribile bellezza.
   Il primo a destra era Gabriele, dell'apparente età di 24-25 anni. Alto, snello, molto spiritualizzato nei tratti rapiti di adoratore perpetuo. Biondo di un biondo oro zecchino, dai capelli ondanti fino a toccare appena le spalle, meglio la base del collo, trattenuti da un sottile cerchio diamantato: pareva una fascia di luce incandescente più che metallo e gioielli. Vestito di quelle vesti di luce tessuta – diamanti e perle – che molte volte ho visto nei corpi gloriosi. Una tunica lunga, sciolta, castissima, che nascondeva completamente i piedi e lasciava a malapena scoperta la mano destra pendente lungo il fianco, bellissima nella sua forma. Mi guardava coi suoi zaffirei occhi, con un sorriso così soprannaturale che per quanto fosse un sorriso mi intimoriva.
   L'altro, al centro, pure molto alto come il compagno, era, come ho detto, terribile nella sua bellezza austera. Bruno di capelli che aveva più corti del compagno e più ricciuti, più robusto di membra, con la fronte nuda da ogni diadema ma con sul petto una specie di medaglione in oro e pietre sostenuto da due catenelle d'oro al collo. 
   Le pietre inca­stonate formano caratteri, forse un nome, ma io non so leggere quelle parole, quelle lettere che non sono come le nostre. È vestito d'oro acceso, una veste che abbacina tanto è splendente. Sembra una fiamma chiara (non rossastra ma dorata) che ne fasci le mem­bra agili e robuste. Il suo occhio nero è severo e getta raggi. Non mi fa paura, a me, perché sento che non è in collera con me, ma che an­zi mi ama. Ma è uno sguardo di una terribilità che deve essere ango­sciosa ai peccatori e a Satana. Michele non ha né spada né lancia, all'opposto di come lo raffigurano, ma le sue armi sono i suoi occhi. Anche il sorriso è severo, molto austero.
   Il terzo, vestito di una veste cinta da una cintura gemmata, una veste di un delicato color smeraldo, pare vestito proprio del colore che si vede guardando uno smeraldo contro luce. È alto, morato nei capelli lunghi come quelli di Gabriele. Un prezioso colore di capelli che sono un castano pieno di spruzzettii d'oro cupo. Sembra il più giovane di tutti, e mi ricorda un poco S. Giovanni apostolo per il dolce giovanile sorriso. Però Raffaele ha gli occhi di un dolcissimo colore castano, uno sguardo placido, paziente, che è una carezza. Sorride più umanamente degli altri. Tutto in lui è più simile a come noi siamo. È proprio il "buon giovane" del libro di Tobia. Viene voglia di mettergli la mano nella mano, con fiducia, e di dirgli: "Guidami! In tutto!".
   Mi guardano, sorridono, si sorridono. Poi mi salutano.
   Gabriele canta, con la sua voce d'arpa spiritualissima (e ogni nota porta all'estasi): "Ave, Maria", e nel dire "Maria" raccoglie le mani sul petto e curva il capo alzandolo poi con un sorriso che aumenta lo sfavillio di tutto lui verso il più alto Paradiso. Capisco che più che salutarmi si è voluto chiaramente indicare. È l'Arcangelo che annunzia il grande mistero… e sembra che non sappia che dire quelle parole e venerare la Vergine…
   Michele tocca il suo gioiello sul petto. Lo prende fra le dita della destra e lo alza per mostrarmelo, e con una voce piena di risonanze di bronzo dice: "Chi è con Dio tutto può. E nulla può Satana su chi è con Dio. Perché, chi è come Dio?" e queste ultime parole paiono far vibrare l'aura celeste come per un armonioso tuono. Riposa il suo medaglione sul petto e si inginocchia adorando l'Eterno (che io però non vedo, ma che direi, dallo sguardo dell'arcangelo, che è a perpendicolo o immediatamente dietro alle mie spalle, su, su, ben in alto).
   Raffaele, dalla voce d'oro, apre le braccia come per abbracciarmi e alza nel contempo il viso splendente di gioia nella contemplazione di Dio e dice: "La gioia sia sempre con te". Assomiglia un poco all'angelo che ho visto in due visioni. Ma è meno spiritualizzato di quello. Ha alla radice dei capelli una luce in forma di stella, una luce mite che conforta, come conforta la sua veste di splendente smeraldo chiaro.
   Mi guardano ancora. Poi si allacciano più stretti alla vita e (noti che non avevo fino allora notato le ali dietro le loro schiene) e aprono le ali di perla, di fiamma, di luce verdolina, e rat­ti salgono all'Empireo, cantando una non ripetibile canzone, ugua­le a quella udita il 13 dicembre 44 a Còmpito, quando vedevo le coorti angeliche trasvolare su Betlemme, cantando…
   E io resto qui. Anzi scendo dalle sfere dove ero e rientro in me stessa, nei miei spasimi, nel mio letto. Però la gioia resta… e mi accorgo anche che, stupida stupida, non ho saputo dire una parola ai tre arcangeli… Però la mia anima ha parlato con loro. La sentivo che li venerava, anche se non potevo tradurre in parole materiali i palpiti suoi.
   

   Dopo avere avuto tutto quanto sopra, prendo la Bibbia per ricercare in essa ogni apparizione angelica. Passano così Abramo, Giacobbe, Tobia e poi il profeta Daniele. Nel capo 8° mi cade lo sguardo sui versetti 13-14. Giunta alla frase: "Rispose: Da sera a mattina, per duemila trecento giorni, e poi sarà purificato il santuario", rapida come una freccia luminosa viene una risposta, meglio, una spiegazione: "Metti al posto della parola 'giorni' quella di 'secoli', perché per noi un secolo è meno di un giorno, e avrai la data della fine del mondo". Non altro. Subitanea come è venuta, così è cessata la voce, che direi del mio interno ammonitore perché è simile alla sua.


19 ottobre 1947

   Dopo essere stata tutto ieri con la visione della zona romana che dalla basilica di S. Paolo va verso la campagna che va verso sud rispetto a Roma, zona sulla quale vidi cader delle rose il 5 maggio u.s., avendo alla mia sinistra la Via Appia, una delle poche località di Roma che ricordo bene per averla vista nella mia unica sosta1 di tre giorni a Roma nel 1920 (ottobre) andando a visitare la tomba di S. Paolo, e a destra il Tevere che va verso il mare — e non so perché per tutto un giorno io debba aver avuto presente questa zona di campagna romana — come viene la notte viene anche Maria Ss. a bearmi… E fin qui nulla di così straordinario da farmi scrivere queste parole.
   Ma dopo che mi ero saturata della gioia di veder Maria, ecco apparire l'arcangelo S. Michele, sempre così imponentemente, direi quasi paurosamente bello, con la sua spada lampeggiante nella destra. E qui cessa la visione per me sola e diviene comunicazione universale.
   L'Arcangelo, indicando Maria Ss. tutta bella nella sua umiltà verginale – non si può descrivere la sua grazia di eterna Fan­ciulla… – grida: "Opponete l'arme che è 'Maria' al gran Serpente che avanza!". Che voce potente! Scrolla l'atmosfera come il rumore di un fulmine armonico. Maria Ss. china la testa guardando con infinita pietà la Terra… E l'Arcangelo grida tre volte il potente grido. È molto severo e imperioso l'Arcangelo difensore… Dopo il terzo grido e una pausa che lo segue, si prostra davanti a Maria venerandola dicendo: "Tu sola difesa! Tu sola vittoriosa! Tu sola speranza di salute contro il satanico veleno. Madre di Colui che non ha uguali, io ti saluto, mia Regina".
   È ancora prostrato quando, portando seco una luce rispetto alla quale il fulgore di S. Michele è tenue, scende volando ratto dai Cieli sulla Terra l'Arcangelo S. Gabriele. Tiene fra le mani un turibolo d'oro fumante di incensi. Biondeggia e biancheggia nei capelli e nelle vesti del suo aspetto, spirituale anche se, per essere visibile alla mia umanità, lo appesantisce con aspetto umano. La sua figura sprigiona luce, la gioiosa luce del Paradiso. Cantando – perché la voce di S. Gabriele è un canto soavissimo, indescrivibile – vola intorno a Maria incensandola col suo incenso, dicendo: "Ave Maria! Regina degli Angeli, salute degli uomini, amore di Dio Uno e Trino! Dopo Dio, chi come te, Maria? Salve, Regina gloriosissima in Cielo, medicina a tutte le malattie che uccidono gli spiriti e spengono Fede, Speranza, Carità negli uomini. Ave, Maria!".
   Che notte beata! Resto lungamente contemplando la Vergine gloriosa e i due splendenti e così diversi Arcangeli, sinché un placido sonno (dopo tante notti di spasimi acuti) mi prende e dura sino a mattina quando mi ridesto, e tutto mi ritorna fresco alla mente, e il cuore è colmo della gioia come quando vedevo.
   Però, alla mia interna gioia spirituale si mescola un pensiero angoscioso, le parole di S. Michele: "Opponete l'arme che è 'Maria' al gran Serpente che avanza". Parole che si ricollegano a molte altre… E che mi fanno paura per la Chiesa di Roma e per noi, poveri e così deboli cristiani del 20° secolo.
   Per dare un riferimento il più possibile esatto sulla località nella quale, alta fra cielo e terra, vedevo svolgersi la visione della venerazione angelica alla B. V. Maria, dirò che la tomba di Cecilia Metella era alle mie spalle, ossia dietro me, alla sinistra (io volgevo le spalle a Roma), a nord-est del luogo, mentre alla mia destra vedevo andare, pigro verso il mare, il Tevere.
   Oggi è il terzo giorno che, dopo aver pregato la B. V. delle Tre Fontane, ho avuto la grazia fisica che imploravo.
          

   San Michele Arcangelo: proteggici, fortificaci, aiutaci e sostienici nelle battaglie contro tutti i nemici visibili e invisibili, personali, della Santa Chiesa, e di Dio padre Onnipotente. Amen!