MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

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Pubblicato il 04/10/2019

Festa di San Francesco d'Assisi con riferimenti alle Opere di Maria Valtorta

Dai 'Quaderni' di Maria Valtorta,

  1° maggio 1944.
   Vedo, e subito lo riconosco, il mio S. Francesco d‘Assisi.
   Lo vedo due volte. La prima al mattino. Sta in piedi nella povera tonaca non marrone ma di un grigio-marrone come piuma di tortora selvatica. È scalzo, a capo nudo, e già stigmatizzato. Vedo nettamente le piaghe nel palmo delle mani scarne.
   Sta con le braccia piegate al gomito e ben strette al corpo, con le mani all‘altezza delle spalle, come un sacerdote quando dice: 'Dominus vobiscum'.

   Perciò vedo bene le piaghe nel palmo. Mi guarda con dolcezza compassionevole. Non parla.
   La seconda volta, a sera, torna e lo vedo meglio ancora. Ha il viso tanto scarno da parere quasi triangolare. I capelli, rasati in tondo, mettono una riga lievemente ondulata, brizzolata nel suo castano chiaro, sulla fronte alta e pallidissima. Ha gli occhi di un castano chiaro, mesti e buoni, fortemente incassati nelle orbite, naso lungo e sottile, guance pallidissime e magre, allungate da una barbetta rada tagliata a punta. Sorride, ma senza letizia. Un sorriso che vuole unicamente incoraggiare.
   Parla. Lentamente. Con voce ben intonata ma come stanca.
   Mi chiede, accennando con la mano piagata: ‘Ti piacciono i miei ulivi?’
   ‘No’ rispondo.
   ‘Eppure... A me piacevano tanto perché mi ricordavano il nostro Signore Gesù nella sua Orazione’.
   ‘Tu, Padre, vi vedevi in mezzo Gesù. Io non vedo più nulla e mi dànno solo tristezza’.
   ‘Sforzati, figlia, a trovarvi pace e gioia. Io l‘ho detto, e soffrivo tanto, allora, perché ero disilluso io pure degli uomini e, direi, del consenso di Dio sulla mia opera: 'Beati quelli che fanno la volontà di Dio e per Lui sostengono ogni tribolazione‘. Prova a raggiungere questa dolorosa beatitudine. È la stigmatizzazione dello spirito, e fa più dolore di questa, vedi?, che mi apre le carni.
   Lo so. Ma prova. Piangi e prova. Ho sofferto tanto anche io, e di tante cose. Mi affezionavo anche io. Ero pieno di nostalgia anche io. Ho sentito anche io ricadere su me la preghiera che avevo fatta, in certe ore. Ho avuto ore in cui non ho saputo che gemere. So cosa sia il dolore tuo. Ma ti dico: sforzati a trovare in tutto il dolore pace e gioia. Dopo viene la gioia e la pace. Sii buona. Ti starò vicino. Ti benedico con la mia benedizione: ‘Il Signore abbia di te misericordia, volga verso di te la sua faccia e ti dia pace. Ti dia la sua benedizione‘.
   Non è molto. Ma è già uno spiraglio di Cielo che viene a me. Non avevo mai visto né udito il Santo che venero tanto e, se lei ricorda, me ne ero stupita. È venuto in questa desolazione a consolarmi un pochino...


   14 luglio1944

   Dice Gesù:
   «Ascoltami bene, figlia, perché la lezione di oggi è molto difficile.
   L‘uomo, ogni uomo, ha in sé l‘immagine che Dio ha ideato per l‘Uomo. Ma non tutti gli uomini hanno in sé la somiglianza con Dio.
   È detto: 'Dio fece l‘uomo a sua immagine e somiglianza'. Come può dunque essere che taluni abbiano la sola immagine? E come possono avere l‘immagine di Dio se Dio è incorporeo, purissimo Spirito, Luce infinita e sempiterna, Pensiero operante, Forza creativa, ma non corpo?
   Quanta ignoranza vi è ancora fra i credenti! Ignoranza conseguente e ignoranza non conseguente.
È ignoranza conseguente quella che viene da una istruzione veramente primordiale, da una istruzione religiosa che si ferma all‘a b c della Religione, causata da lontananza da centri religiosi o da - il che è molto colpevole da parte del colpevole - da noncuranza di ministri che non consumano se stessi nel far conoscere Dio ai propri agnelli, pastori idoli che Io guardo con volto severo.
   Questa ignoranza non leva il Cielo a coloro che la posseggono. Perché Io sono giusto e non faccio accusa ad uno spirito, se so che l‘ignoranza di costui non è volontaria. Ma anzi lo guardo per la fede, e se vedo che si è retto, con quel filo di scienza di Dio che gli hanno dato, come avesse molto saputo, lo premio come premio un dottore santo. Non è sua colpa se poco sa. È suo merito se del poco sa farsi una forza in queste poche, lineari idee: 'Dio è. Io son suo figlio. Mi rende tale l‘obbedire alla sua Legge. E ubbidendo giungerò a possedere Iddio in eterno per i meriti del Salvatore che mi ha reso la Grazia'. Lo Spirito di Dio si sostituisce con idee di luce nell‘illuminare il credente che il suo pastore trascura o che è in zone dove raramente è il pastore.
   Ma vi è anche l‘ignoranza non conseguente. Quella di chi, potendo, non vuole istruirsi o, dopo essersi istruito, trascura e torna ignorante perché così vuole che sia per comodo suo. Dimenticare la Verità è necessario a chi vuol vivere da bruto.
   Questa ignoranza Io la maledico. È uno dei peccati che attirano il mio sdegno senza perdono. Perché? Perché è ripudio a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Un figlio che non vuole conoscere nulla del padre, o che conoscendolo vuole (e giunge) a dimenticarlo, che figlio è? Ribelle non dico alle voci soprannaturali, ma anche alle voci del sangue. Inferiore perciò ai bruti che, finché sono, per età, sottoposti al padre, lo riconoscono e lo seguono. Quale ribellione sia poi quella rivolta ad un Dio che è Padre per la carne e il sangue e per l‘anima e lo spirito, lascio a voi pensarlo.
   Ripudiano il Figlio perché, senza pensiero per il sacrificio del Dio-Figlio che si è incarnato per portare la Verità all‘uomo, oltre che la Redenzione, annullano in sé ogni voce di questa Verità per vivere nella loro menzogna.
   Ripudiano lo Spirito Santo perché la Verità è sempre unita alla Scienza, ed è la Scienza che con la sua luce vi fa comprendere le verità più sublimi. Io l‘ho detto: 'Io me ne vado e molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non siete capaci di comprenderle. Ma quando sarà venuto lo Spirito di Verità vi ammaestrerà d‘ogni vero e compirà l‘opera mia di Maestro rendendovi capaci di capire'.
   O eterno Divino Spirito, che così ci ami che per gloria del Padre sei sceso a purissimo sponsale per generare il Redentore e che, essendomi uguale, mi sei divenuto generatore, Tu procedente da Me e dal Padre! O eterno Divino Spirito, che per gloria del Figlio hai effuso il tuo Fuoco e continuamente l‘effondi perché la Parola sia compresa e le creature da uomini divengano dèi vivendo secondo la Grazia e la Parola! Mistero del nostro Amore! Inconcepibile poema che solo nel Paradiso sarà conosciuto in pieno dagli eletti!
   Io l‘ho detto: 'Sarà perdonata ancora la bestemmia contro di Me. Ma non sarà perdonato chi bestemmia contro lo Spirito Santo'. Che bestemmia viene usata verso di Lui? Il disamore che si esplica col rifiutare di accogliere la Verità illuminata da Esso.
   E torniamo al principio del dettato.
   L‘ignoranza diffusissima fra i credenti dà idee errate sulla immagine con Dio.
   Non immagine fisica. Dio-Spirito non ha volto, non ha statura, non ha struttura.
   Ma l‘uomo ha l‘immagine che per l‘uomo Dio Creatore ha ideato.
   Non aveva certo bisogno il Potente e l‘Infinito di ottenere l‘uomo da una evoluzione secolare di quadrumani. Il quadrumane fu quadrumane dal momento che fu creato e fece i primi lazzi sugli alberi del terrestre paradiso. L‘uomo fu uomo dal momento che Dio to creò dal fango e, cosa non fatta per nessun altro creato, gli alitò lo spirito in volto.
   La somiglianza con Dio è in questo spirito eterno, incorporeo, soprannaturale, che avete in voi. È in questo spirito, atomo dell‘infinito Spirito, che rinchiuso in angusta e precaria carcere attende e anela di ricongiungersi alla sua Sorgente e condividere con Essa libertà, gioia, pace, luce, amore, eternità.
   L‘immagine persiste anche là dove non è più somiglianza. Poiché l‘uomo rimane fisicamente tale agli occhi degli uomini anche se agli occhi di Dio e dei soprannaturali abitatori dei Cieli e di pochi eletti della terra appare col suo nuovo aspetto di demone. Col suo vero aspetto da quando la colpa mortale lo priva della somiglianza con Dio, non avendo in lui più vita lo spirito.
   L‘uomo senza lá Grazia, che la colpa leva, non è più che il sepolcro dove si putrefà lo spirito morto. Ecco perché alla risurrezione della carne gli umani, pur avendo tutti una comune immagine fisica, saranno dissomigliantissimi fra di loro.
   Di aspetto semidivino i beati, di aspetto demoniaco i dannati. Allora trasparirà all‘esterno il mistero delle coscienze. Terribile cognizione!
L‘uomo tanto più si rende somigliante a Dio quanto più vive nella Grazia e accresce questa, di per sé già infinita, coi meriti del suo vivere santo. Occorre sforzarsi a raggiungere la perfezione della somiglianza. Non la raggiungerete mai perché non può la creatura essere simile al Creatore; ma vi avvicinerete, per quanto vi è concesso, a questa soprannaturale Bellezza.
   Io l‘ho detto: 'Siate perfetti come il Padre mio'. Non vi ho messo limite di perfezione. Più voi vi sforzerete a raggiungere questa perfezione e più i diaframmi dell‘umano cadranno come muro assalito da forze vittoriose, e diminuiranno le distanze, e crescerà la vista, e aumenterà la capacità di intendere, comprendere, vedere, conoscere Dio.
   Ma occorre tendere ad essa con tutte le vostre forze, con tutte le vostre generosità. Senza 'voltarsi indietro' a guardare ciò che si lascia. Senza fermarsi mai. Senza stancarsi. Il premio giustifica l‘eroismo, perché il premio è tuffarsi nel godimento dell‘Amore; avere perciò Dio come lo avrete in Cielo.
   O beatifica unione e possesso meraviglioso! È vostro, figli fedeli. Venite e saziatevene!»

   Mi ero prefissa di scrivere questa mattina la continuazione della mia gioia di ieri sera. Ma appena iniziato il giorno Gesù ha dettato e perciò lo faccio solo ora.
Dopo aver fatto l‘ora di agonia con Gesù nell‘Orto, mi sono messa giù quieta, pensando alle belle mani della mia santina. Non potevo, del suo aspetto, pensare che alle mani, non avendo visto che quelle. E come una bambina avevo un grande desiderio di vedere se è proprio come appare nei ritratti annessi alla sua autobiografia. Ma non speravo di vederla. Invece, come un quadro che si illumina piano piano, ella si è svelata. Dopo le mani, le braccia, un poco stese verso me come per gesto d‘abbraccio, e poi il corpo e ultimo il volto.
   Sì, i ritratti, i primi specialmente - perché ora, tocca e ritocca, l‘hanno quasi svisata - le somigliano. Però trovo che la fanno più rotonda d‘ovale che non sia. Io la ritrovo molto nell‘ovale smagrito degli ultimi momenti. Forse perché il viso spiritualizzato che ho visto pareva consumarsi nella fiamma luminosa che sprigionava.
Sorrideva colla bocca e cogli occhi. Molto bella e giovane, con due fossette agli angoli della bocca e due occhi, di un grigio tendente al pervinca, bellissimi.
Non mi è parsa molto alta. Su per giù come è Paola, ma lo sembra di più per l‘abito lungo e per il portamento dignitoso, regale direi. Non aveva mantello, né crocifisso coperto di rose. Sembrava come sarà stata durante le sue occupazioni monastiche, col solo e semplice abito marrone scuro e soggolo bianco sotto il velo nero. Ha proprio le mani più lunghe di quelle di Maria, ma molto belle. Si è lasciata guardare con un sorriso soave e pregare con un sorriso di promessa. Poi se ne è andata e a me non è rimasto che il ricordo e un tenue profumo nell‘aria.
   Penso che a me, per me, sono apparsi ben pochi santi: S. Giovanni molte volte.
   S. Giuseppe una volta in gennaio (visione del Paradiso) e più volte negli orrendi giorni dal 10 al 24 aprile. Poi S. Francesco una volta, qui, ai primi di maggio, mi pare. E ora S. Teresa del Bambino Gesù. Gli altri li ho visti in visione e per tutti.
   Ah! no. Anche S. Agnese quando mi ha dettato le sue parole. E basta. A certuni parrà che ne vedo molti. Ma non mi pare. In oltre un anno di... missione speciale (dirò così) ne ho visti, per me, soltanto cinque: sei, se vi unisco Nennolina. E quelli che prego sempre: S. Francesco e Teresina, dopo oltre un anno di dettati, e nessuno dei due come generalmente si raffigurano.
 Sono molto contenta, sa? Ieri sera, mentre la guardavo, le dicevo: 'Un petalo, un petalo solo delle tue rose per dirmi che mi viene fatta grazia e non sarei stata per nulla stupita di trovarlo per davvero'. Invece ho sentito solo, dalla parte dove era la santa, un lieve odore di rosa dopo che ella se ne era andata.

   Lei e S. Francesco sono stati i miei maestri quando cominciavo a ricercare Gesù. Non ho avuto per degli anni altre guide. E ora che penso esser prossima alla fine, anzi al principio, sono molto felice di sentirmeli vicini. Mi aiuteranno a comprendere Gesù. La serenità è ancora in me, nonostante fisicamente soffra tanto.
Non è bello che in preparazione della festa del Carmine io abbia avuto la visita di Maria, Regina del Carmelo, e della santina del Carmelo?
   Penso che il 16 luglio 1897 la Comunione alla serafica Teresina le fu portata come viatico e che fu salutata dal canto che io canto spesso:
   Tu che il mio nulla ben comprendi,
   o Dio,di abbassarti non temi fino a me...
   Sacramento adorato! Nel cuor mio
   scendi, nel cuor mio che anela a Te.
   Vo‘ che la tua bontà, dolce Signore,
   mi faccia dopo ciò morir d‘amore.
   La voce ascolta del mio gran desìo.
   Discendi nel cuor mio...
   Io allora avevo pochi mesi: quattro. Ora forse ne avrò quattro da vivere, da attendere la Vita. Ma non ho gli stessi sentimenti di Teresa, sebbene più imperfetti? La stessa sete di Eucarestia, lo stesso desiderio di morire d‘amore, la stessa unica speranza: Gesù?
   Vorrei, non per desiderio di umana lode, ma per amore di Dio, essere come la santina. Faccio quanto posso. Oh! no! Non mi pento d‘essermi data all‘Amore, anche io non me ne pento. Mi spiace solo d‘essermici data troppo tardi e molto male, e mi dolgo solo che l‘Amore mi consumi così lentamente.
Io non ho voce per farmi udire dal mondo. Ma, se ne avessi vorrei dire a tutti: 'Non abbiate paura di darvi a Gesù, all‘Amore soave e misericordioso. Egli ripaga con tali dolcezze la nostra donazione che non vi è parola atta a spiegarla. Ogni raffronto è riflesso di luce tremolante di un lumino rispetto al grande sole. E per le piccole anime che hanno peccato e ora tornano a Dio, o per le piccole anime che non sanno fare grandi cose, non c‘è che questa via da seguire per raggiungere coloro che non errarono o che seppero toccare le vette dell‘eroismo penitenziale: darsi all‘Amore e lasciare che Lui faccia... Faccia ciò che vuole di noi e in noi. Ci farà fare sempre molto di più di quello che faremmo da noi, anche con molti anni di vita austera e generosa'.
   L‘Amore! Che Maestro! Che iniziatore! Che purificatore! Io non ho che questa moneta: il mio amore dato all‘Amore. E con questa, non per mio merito ma per la misericordia del mio Amore, sono certa di conquistarmi il Cielo.
   Come sono certa che le cose straordinarie che mi accadono non sono certo monete di conquiste per me, ma anzi... contromonete, perché possono indurmi alla superbia. E io le devo ricevere con umiltà, con vero riconoscimento che non sono per me ma per tutti. Io sono soltanto il canale per cui scendono ed ho l‘obbligo di santificarmi sempre più per esser degna di riceverle senza profanarle con un contatto impuro. Un dono perciò non scevro di pericolo.
   Mentre, quando amo con tutte le mie forze e per amore dell‘Amore mi sacrifico, oh! allora sono sicura di non errare! Anzi sarà proprio questo amore l‘assoluzione mia sulle imperfezioni che posso avere in ogni campo. E cresca, cresca, cresca per essere la mia salvezza eterna.
   Signore, non ti chiedo la gloria delle visioni, ma ti chiedo la grazia di amarti sempre più.

  
   16 settembre 1944


   In alto il più puro cielo di settembre, ridente in un‘aurora soavissima. In basso un breve pianoro fra scoscendere di coste montane molto alte, molto selvose, molto rocciose. Un breve pianoro dall‘erbetta corta e smeraldina, ancor tutta lucida per il pianto della rugiada, ma già prossima a scintillare di gemmeo riso per il bacio del sole.
   In alto, sul puro cielo così azzurro e soave, fisso un fiammeggiante personaggio che non pare fatto che di incandescente fuoco. Un fuoco il cui folgoreggiare è più vivo di quello del sole che sbuca da dietro una giogaia selvosa con un fasto di raggi e di splendori per cui tutto si accende di letizia.
   Questo essere di fuoco è vestito di penne. Mi spiego. Pare un angelo perché due immense ali lo tengono sospeso a fisso sul cobalto immateriale del cielo settembrino, due immense ali aperte che stagliano una traversa di croce a cui fa sostegno il corpo splendente. Due immense ali che sono candore di incandescenza aperte sul rutilare dell‘incandescenza del corpo vestito di altre ali che tutto lo fasciano, raccolte come sono con le loro soprannaturali penne di perla, diamante e argento puro, intorno alla persona. Pare che anche il capo sia fasciato in questa singolare veste piumosa. Perché io non lo vedo. Vedo solo, là dove dovrebbe essere quel volto serafico, un trapelare di così vivo splendore che ne resto come abbacinata. Devo pensare ai fulgori più vivi che ho visto nelle paradisiache visioni per trovare un qualcosa di simile. Ma questo è ancor più vivo. La croce di piume accese sta fissa sul cielo col suo mistero.
   In basso, un macilento fraticello, che riconosco per il Padre mio serafico , prega a ginocchi sull‘erba, poco lungi da una grotta nuda, scabra, paurosa come balza d‘inferno. Il corpo distrutto pare non abiti nella tonaca grave e tanto larga rispetto alle membra. Il collo esce, di un pallido bruno, dalla cocolla bigiognola, un colore fra quello della cenere e quello di certe sabbie lievemente giallognole. Le mani escono coi loro polsi sottili dalle ampie maniche e si tendono in preghiera, a palme volte all‘esterno e alzate come nel ‘Dominus vobiscum’. Due mani brunette un tempo, ora giallognole, di persona sofferente, e macilente. Il viso è un sottile volto che pare scolpito nell‘avorio vecchio, non bello né regolare, ma che ha una sua particolare bellezza fatta di spiritualità.
   Gli occhi castani sono bellissimi. Ma non guardano in alto. Guardano, ben aperti e fissi, le cose della terra. Ma non credo che vedano. Stanno aperti, posati sull‘erba rugiadosa; pare studino il ricamo bigiognolo di un cardo selvatico e quello piumoso di un finocchio selvatico, che la rugiada ha tramutato in una verde ‘aigrette’ diamantata. Ma sono certa che non vede niente. Neppure il pettirosso che scende con un cinguettio a cercare sull‘erba qualche piccolo seme. Prega. Gli occhi sono aperti. Ma il suo sguardo non va al di fuori, ma al di dentro di sé.
   Come e perché e quando si accorga della croce viva che è fissa nel cielo, non so. L‘abbia sentita per attrazione o l‘abbia vista per chiamata interna, non so. So che alza il volto e cerca con l‘occhio che ora si anima di interesse, cosa che conferma la mia persuasione della sua precedente assenza di vista per l‘esterno.
   Lo sguardo del mio Padre serafico incontra la grande, viva, fiammeggiante croce. Un attimo di stupore. Poi un grido: ‘Signore mio!’, e Francesco ricade un poco sui calcagni rimanendo estatico, col volto levato, sorridente, piangente le due prime lacrime della beatitudine, con le braccia più aperte...
   Ed ecco che il Serafino muove la sua splendente, misteriosa figura. Scende. Si avvicina. Non viene sulla terra. No. È ancora molto in alto. Ma non più come era prima. A mezza via fra cielo e terra. E la terra si fa ancor più luminosa per questo vivo sole che in questa beata aurora si unisce e soverchia l‘altro d‘ogni giorno.
Nello scendere, ad ali tese sempre a croce, fendendo l‘aria non per moto di penne ma per proprio peso, dà un suono di paradiso. Qualcosa che nessuno strumento umano può dare. Penso e ricordo il suono del globo di Fuoco della Pentecoste ...
   Ed ora ecco che, mentre Francesco più ride, e piange, e splende, nella gioia estatica, il Serafino apre le due ali - ora capisco bene che sono ali - che stanno verso il mezzo della croce. E appaiono inchiodate sul legno le santissime piante del mio Signore, e le sue lunghe gambe, di uno splendore, in questa visione, così vivo come lo hanno le sue membra glorificate in Paradiso . E poi si aprono due altre ali, proprio al sommo della croce. E la vista mia, e credo anche quella di Francesco, per quanto egli sia sovvenuto da grazia divina, ne hanno sofferenza di gioia per il vivo abbaglio.
   Ecco il tronco del Salvatore che palpita nel respiro... ed ecco, oh! ecco il Fuoco che solo una grazia permette fissare, ecco il Fuoco del suo viso che appare quando il sudario delle scintillanti penne è tutto aperto. Fuoco di tutti i vulcani e astri e fiamme, circondato da sei sublimi ali di perle, argento e diamante, sarebbe ancor poca luce rispetto a questo indescrivibile, inconcepibile splendere dell‘Umanità Ss.del Redentore confitto sul suo patibolo.
   Il volto, poi, e i cinque fori delle piaghe, non trovano riscontro in nessun paragone per esser descritti. Penso... penso alle cose più splendenti... penso persino alla luce misteriosa che emana il radio. Ma, se quanto ho letto è vero, questa luce è viva ma di un argento-blu di stella, mentre questa è condensazione di sole moltiplicata per un numero incalcolabile di volte.
   La vetta della Verna deve apparire come se mille vulcani si fossero aperti intorno ad essa a farle corona. L‘aria, per la luce e il calore, che arde e non brucia, che emana dal mio Signore crocifisso, trema con onde percepibili all‘occhio, e steli e fronde sembrano irreali tanto la luce penetra anche l‘opacità dei corpi e li fa luce...
Io non mi vedo. Ma penso che al riflesso di quella luce la mia povera persona deve apparire come fosforescente. Francesco, poi, su cui la luce si riversa e lo investe e penetra, non pare più corpo umano. Ma un minore serafino, fratello di quello che ha dato le sue ali a servizio del Redentore.
   Ora è quasi riverso, Francesco, tanto è piegato indietro, a braccia completamente aperte, sotto il suo Sole Iddio Crocifisso! È immateriale all‘aspetto tanto la luce e la gioia lo penetrano. Non parla, non respira, materialmente.
   Parrebbe un morto glorificato se non fosse in quella posa che richiede almeno un minimo di vita per sussistere. Le lacrime che scendono, e forse servono a temperare l‘umana arsura di questa mistica fiamma, splendono come rivi di diamante sulle guance magre.
   Io non odo nessuna parola né di Francesco né di Gesù. Un silenzio assoluto, profondo, attonito. Una pausa nel mondo che è intorno al mistero. Per non turbare.
Per non profanare questo sacro silenzio dove un Dio si comunica al suo benedetto.
   Contrariamente a quanto sarebbe da supporsi, gli uccelli non si esaltano a più acuti trilli e lieti voli per questa festa di luce, non danzano farfalle o libellule, non guizzano lucertole e ramarri. Tutto è fermo in un‘attesa in cui sento l‘adorazione degli esseri verso Colui per cui furono fatti. Non c‘è più neppure quella brezza lieve che faceva rumor di sospiro fra le fronde. Più neppure quel suono arpeggiato e lento di un‘acqua nascosta in qualche cavo di pietra, e che prima gettava, come perle rare, dentro per dentro , le sue note su scala tonata. Niente. Vi è l‘Amore. Ebasta. Gesù guarda e ride al suo Francesco. Francesco guarda e ride al suo Gesù...
   Basta.
   Ma ora ecco che il Volto glorificato, tanto luminoso da parere quasi a linee di luce come è quello del Padre Eterno, si materializza un poco. Gli occhi prendono quel fulgore di zaffiro acceso di quando opera miracolo. Le linee divengono severe, imponenti, come sempre in quelle ore, imperiose, direi. Un comando del Verbo deve andare alla sua Carne; e la Carne obbedisce. E dalle cinque piaghe saetta cinque strali, cinque piccoli fulmini, dovrei dire, che scendono senza zigzagare nell‘aria ma a perpendicolo, velocissimi, cinque aghi di luce insostenibile e che trapassano Francesco...
Non vedo, è naturale, le piante, coperte dalla veste e dalle membra, e il costato coperto dalla tonaca. Ma le mani le vedo. E vedo che, dopo che le punte infuocate sono entrate e trapassate - io sono come dietro Francesco - la luce, che è dall‘altra parte, verso il palmo, passa dal foro sul dorso. Paiono due occhielli aperti nel metacarpo e dai quali scendono due fili di sangue che scorrono lenti giù per i polsi, sugli avambracci, sotto le maniche.
   Francesco non ha che un sospiro così profondo che mi ricorda quello estremo dei morenti. Ma non cade. Resta come era ancor per qualche tempo. Sinché il Serafino, di cui mai ho visto il volto - ho visto di lui solo le sei ali - ridistende queste sublimi ali come velo sul Corpo santissimo e lo nasconde, e con le due ali iniziali risale, sempre più oltre, nel cielo, e la luce diminuisce, rimanendo infine solo quella di un sereno mattino solare. E il serafino scompare oltre il cobalto del cielo che lo inghiotte e si chiude sul mistero che è sceso a far beato un figlio di Dio e che ora è risalito al suo regno.
   Allora Francesco sente il dolore delle ferite e con un gemito, senza alzarsi in piedi, passa dalla posizione di prima a sedersi in terra. E si guarda le mani... e si scopre i piedi. E socchiude la veste sul petto. Cinque rivoli di sangue e cinque tagli sono il ricordo del bacio di Dio. E Francesco si bacia le mani e si carezza costato e piante, piangendo e mormorando: 'Oh, mio Gesù! Mio Gesù! Che amore! Che amore, Gesù!... Gesù!... Gesù!....'
  E tenta porsi in piedi, puntando i pugni al suolo, e vi riesce con dolore delle palme e delle piante, e si avvia, un poco barcollante come chi è ferito e non può appoggiarsi al suolo e vacilla per dolore e debolezza di svenamento, verso il suo speco, e cade a ginocchi su un sasso, con la fronte contro una croce di solo legno, due rami legati insieme, e là riguarda le sue mani sulle quali pare formarsi una testa di chiodo che penetra a trapassa, e piange. Piange d‘amore, battendosi il petto e dicendo: 'Gesù, mio Re soave! Che m‘hai Tu fatto? Non per il dolore, ma per l‘altrui lode mi è troppo questo tuo dono! Perché a me, Signore, a me indegno e povero? Le tue piaghe! Oh! Gesù!....'
   Non odo altro né vedo altro.
   Mi pare di avere, quando ero fra i vivi, udito descrivere in altro modo la visione. Mi pare dicessero che era un Serafino col volto di Cristo. Io non so che farci. Io l‘ho vista così e così la descrivo.
   Io non sono mai stata alla Verna, né in nessun luogo francescano, per quanto sempre l‘abbia desiderato. Ignoro perciò la topografia dei luoghi nella maniera più assoluta.