MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza, nei secoli dei secoli'.

A A A

Liturgia della parola


Domenica 29 marzo 2020 - Tempo di Quaresima V - Anno A domenicale II feriale


Beato Bertoldo Priore generale dei Carmelitani


Il Signore è bontà e misericordia.


Liturgia: Ez 37, 12-14; Sal.129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45. 

Celebrazione della S. Messa Novus Ordo dal Duomo di Verona, ore 07.00, 08.00, 09.00, 18.30 

Celebrazione della S. Messa Vetus Ordo dalla Chiesa Ss.ma Trinità dei Pellegrini, ore 18.30  

Antifona d'Ingresso
Fammi giustizia, o Dio,
e difendi la mia causa
contro gente senza pietà;
salvami dall'uomo ingiusto e malvagio,
perché tu sei il mio Dio e la mia difesa.

Iúdica me, Deus,
et discérne causam meam de gente non sancta;
ab hómine iníquo et dolóso éripe me,
quia tu es Deus meus et fortitúdo mea.

Colletta
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi. Egli è Dio...

Quaesumus, Dómine Deus noster, ut in illa caritáte, qua Fílius tuus díligens mundum morti se trádidit, inveniámur ipsi, te opitulánte, alácriter ambulántes. Per Dóminum.


Prima Lettura Ez 37, 12-14
Dal libro del profeta Ezechièle

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

C: Parola di Dio.
A: Rendiamo grazie a Dio.

Salmo Responsoriale Sal.129

RIT: Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l'anima mia,
attendo la sua parola.
L'anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all'aurora.

Più che le sentinelle l'aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Seconda Lettura Rm 8, 8-11
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

C: Parola di Dio.
A: Rendiamo grazie a Dio.


Canto al Vangelo
Gloria e lode a te, Cristo Signore!

Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.

Gloria e lode a te, Cristo Signore!


Vangelo Gv 11, 1-45
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato'

   Cap. DXLI. Giudei in visita a Betania.

PREPARAZIONE ALLA PASSIONE 

   18 dicembre 1946.
 
 1 Un folto e pomposo gruppo di giudei su cavalcature di lusso entra in Betania. Sono scribi e farisei, nonché qualche sadduceo ed erodiano già visto altra volta, se non erro al banchetto in casa di Cusa per tentare Gesù a proclamarsi re. Sono seguiti da servi a piedi.
   La cavalcata traversa lentamente la cittadina, e gli zoccoli suonanti sul terreno duro, il tintinnio delle bardature, le voci degli uomini attirano fuori dalle porte gli abitanti, che guardano e con palese sbigottimento si curvano in saluti profondi per poi rialzarsi e riunirsi in crocchi bisbiglianti.
   «Avete visto?».
   «Tutti i sinedristi di Gerusalemme».
   «No. Giuseppe l'Anziano, Nicodemo e altri non c'erano».
   «E i farisei più noti».
   «E gli scribi».
   «E quello sul cavallo chi era?».
   «E certo vanno da Lazzaro».
   «Deve essere per morire».
   «Non so capire perché il Rabbi non sia qui».
   «E come vuoi, se lo cercano a morte quei di Gerusalem­me?».
   «Hai ragione. Anzi, certo quei serpenti che sono passati vengono per vedere se il Rabbi è qui».
   «Sia lode a Dio che non c'è!».
 2 «Sai che hanno detto al mio sposo, ai mercati di Gerusalemme? Di stare pronti, che presto Egli si proclamerà re e dovremo tutti aiutarlo a fare… Come hanno detto? Mah! Una parola che voleva dire come se io dicessi che mando via tutti di casa e mi faccio io padrona».
   «Un complotto?… Una congiura?… Una rivolta?…», chiedono e suggeriscono.
   Un uomo dice: «Sì. Lo hanno detto anche a me. Ma non ci credo».
   «Ma sono discepoli del Rabbi che lo dicono!…».
   «Uhm! Che il Rabbi usi violenza e destituisca i Tetrarca, usurpando un trono che, con giustizia o no, è degli erodei, non lo credo. Faresti bene a dire a Gioacchino a non credere a tutte le voci…».
   «Ma sai che chi lo aiuterà sarà premiato in Terra e in Cielo? Io sarei ben contenta che mio marito lo fosse. Sono piena di figli, e la vita è difficile. Se si potesse avere un posto fra i servi del Re d'Israele!».
   «Senti, Rachele, io penso che sia meglio guardare il mio orto e i miei datteri. Se me lo dicesse Lui, oh! allora lascerei tutto per seguirlo. Ma detto da altri!…».
   «Ma sono discepoli suoi».
   «Non li ho mai visti con Lui e poi… No. Si fingono agnelli, ma hanno certe facce ribalde che non mi persuadono».
   «È vero.
 3 Da qualche tempo succedono fatti strani, e sempre si dice che sono i discepoli del Rabbi che li fanno. L'ultimo dì avanti il sabato, alcuni di questi malmenarono una donna che portava uova ai mercati e dissero: "Le vogliamo in nome del Rabbi galileo"».
   «Ti pare che possa essere Lui a volere queste cose? Lui che dà e non prende? Lui che potrebbe vivere fra i ricchi e preferisce stare fra i poveri, e levarsi il mantello, come diceva a tutti quella lebbrosa guarita che ha incontrato Giacobbe?».
   Un altro uomo, che si è accostato al gruppo e ha ascoltato, dice: «Hai ragione. E quell'altra cosa che si dice, allora? Che il Rabbi ci farà succedere dei grandi guai perché i romani puniranno tutti noi per i suoi eccitamenti alla gente? Ci credete voi? Io dico — e non sbaglierò, perché sono vecchio e saggio — io dico che tanto quelli che ci dicono, a noi povera gente, che il Rabbi vuol prendere con violenza il trono e cacciare via anche i romani — così fosse! se fosse possibile farlo! — come chi fa violenze in nome suo, come chi ci eccita alla ribellione con promesse di utile futuro, come chi ci vorrebbe far odiare il Rabbi come individuo pericoloso che ci porterà ai guai, sono tutti nemici del Rabbi, che cercano di rovinarlo per trionfare loro. Non ci credete! Non ci credete ai falsi amici della povera gente! Vedete come sono passati superbi? A me per poco non mi danno una legnata, perché stentavo a far entrare le pecore e impedivo, a loro, di andare… Amici nostri quelli lì? Mai. Sono i nostri vampiri e, non lo voglia il Signore, vampiri anche di Lui».
 4 «Tu che stai vicino ai campi di Lazzaro, sai se è morto?».
   «No. Non è morto. È lì, fra morte e vita… Ne ho chiesto a Sara, che coglieva foglie d'aromi per le lavande».
   «E allora perché quei là sono venuti?».
   «Mah! Hanno girato intorno alla casa, sul dietro, sui lati, intorno all'altra casa del lebbroso, e poi sono andati via verso Betlemme».
   «Ma se l'ho detto io! Sono venuti a vedere se c'era il Rabbi! Per fargli del male. Sai cosa era per loro potergli fare del male? E proprio in casa di Lazzaro? Di' tu, Natan. Quell'erodiano non era quello che un tempo era l'amante di Maria di Teofi­lo?».
   «Era. Voleva forse vendicarsi in quel modo su Maria…».
   Arriva un ragazzetto di corsa. Grida: «Quanta gente in casa di Lazzaro! Venivo dal ruscello con Levi, Marco e Isaia, e abbiamo visto. I servi hanno aperto il cancello e preso le cavalcature. E Massimino è corso incontro ai giudei e altri sono corsi con grandi inchini. E sono uscite dalla casa Marta e Maria con le loro ancelle, a salutare. E si voleva vedere di più, ma hanno chiuso il cancello e sono andati tutti nella casa». Il fanciullo è tutto emozionato per le notizie che porta, per ciò che ha visto…
   Gli adulti commentano fra loro.

 

   Cap. DXLII. I giudei nella casa di Lazzaro.

   19 dicembre 1946.
 
 1 Per quanto affranta di dolore e di fatica, Marta è sempre la signora che sa accogliere e ospitare, dando onore con quella signorilità perfetta della vera signora. Così, ora, dopo avere condotto in una delle sale la comitiva, impartisce ordini perché siano portati quei rinfreschi che sono d'uso e gli ospiti abbiano quanto può essere di conforto.
   I servi circolano mescendo bevande calde o vini pregiati e offrendo frutta bellissime, datteri biondi come topazi, uva secca, una specie del nostro zibibbo, di una perfezione di grappoli fantastica, miele filante, tutto in anfore, calici, piatti, vassoi preziosi. E Marta sorveglia attenta perché nessuno resti trascurato, ma anzi, a seconda dell'età, e forse anche dell'individuo, i cui umori le sono ben noti, regola l'offerta dei servi. Così ella ferma un servo, che si dirige ad Elchia con un'anfora colma di vino e un calice, e gli dice: «Tobia, non vino, ma acqua di miele e succo di datteri». E a un altro: «Certo Giovanni preferisce il vino. Offrigli il bianco dell'uva passita». E personalmente al vecchio scriba Canania offre latte caldo, che abbondantemente dolcifica con il biondo miele dicendo: «Gioverà alla tua tosse. Ti sei sacrificato per venire, sofferente come sei, e nella rigida giornata.
 2 Sono commossa di vedervi così premurosi».
   «Dovere nostro, Marta. Eucheria era della nostra stirpe. Una vera giudea che ha onorato noi tutti».
   «L'onore alla venerata memoria della madre mia mi tocca il cuore. Ripeterò a Lazzaro queste parole».
   «Ma noi vogliamo salutarlo. Un così buon amico!», dice, falso come sempre, Elchia che si è avvicinato.
   «Salutarlo? Non è possibile. È sfinito troppo».
   «Oh! non lo disturberemo. Non è vero, voi tutti? Ci basta solo un addio, dalla soglia della sua camera», dice Felice.
   «Non posso, non posso proprio. Nicomede si oppone ad ogni fatica ed emozione».
   «Uno sguardo all'amico morente non lo può uccidere, Mar­ta», dice Callascebona. «Troppo ci dorrebbe non averlo salutato!».
   Marta è agitata, titubante. Guarda verso la porta, forse per vedere se Maria viene a darle aiuto. Ma Maria è assente.
   I giudei osservano questa sua agitazione, e Sadoc, lo scriba, lo osserva a Marta: «Si direbbe che la nostra venuta ti agita, donna».
   «No. No, affatto. Compatite al mio dolore. Sono mesi che vivo presso chi muore e… non so più… non so più muovermi come un tempo nelle feste…».
   «Oh! non è una festa! Non volevamo neppure che tu ci onorassi così! Ma forse… Forse ci vuoi celare qualche cosa, e per questo non ci mostri Lazzaro e ci interdici la sua camera. Eh! Eh! Si sa! Ma non temere! La camera di un malato è asilo sacro a chiunque, credilo…», dice Elchia.
 3 «Non vi è nulla da celare in camera di nostro fratello. Nulla vi è nascosto. Essa accoglie soltanto un morente al quale sarebbe pietà risparmiare ogni ricordo penoso. E tu, Elchia, e tutti voi siete ricordi penosi per Lazzaro», dice Maria con la sua splendida voce d'organo, apparendo sulla soglia e tenendo scostata la tenda porpurea con la mano.
   «Maria!», geme Marta supplichevole, per frenarla.
   «Nulla, sorella. Lasciami dire…». Si rivolge agli altri: «E per levarvi ogni dubbio, un di voi — sarà un solo ricordo del passato che torna a dar dolore — venga meco, se la vista di un morente non lo disgusta e il fetore delle carni che muoiono non lo nausea».
   «E tu non sei un ricordo che dà dolore?», dice ironico l'erodiano, che ho già visto non so dove, lasciando il suo angolo e mettendosi di fronte a Maria.
   Marta ha un gemito. Maria ha uno sguardo d'aquila inquieta. I suoi occhi balenano. Si raddrizza altera, dimenticando la stanchezza e il dolore che le curvavano la persona, e con una espressione di regina offesa dice: «Sì. Io pure sono un ricordo. Ma non di dolore come tu dici. Sono il ricordo della Misericordia di Dio. E, me vedendo, Lazzaro muore con pace, perché sa di rendere il suo spirito nelle mani dell'infinita Misericordia».
   «Ah! Ah! Ah! Non erano queste le parole di un tempo! La tua virtù! A chi non ti conosce potresti porla in vista…».
   «Ma non a te, non è vero? Invece proprio a te la pongo sotto gli occhi, per dirti che si diventa come coloro che si praticano. Allora, sventuratamente, io avvicinavo te ed ero come te. Ora avvicino il Santo e divengo onesta».
   «Cosa distrutta non si ricostruisce, Maria».
   «Infatti il passato, tu, voi tutti, non potete più ricostruirlo. Non potete ricostruire ciò che avete distrutto. Non tu che mi fai ribrezzo. Non voi che avete offeso, al tempo del dolore, il mio fratello, ed ora, per bieco scopo, volete mostrare che siete i suoi amici».
   «Oh! Sei audace, donna. Il Rabbi ti avrà scacciato molti demoni, ma mite non ti ha fatta!», dice uno sui quarant'anni.
   «No, Gionata ben Anna. Non mi ha fatta debole. Ma più forte, dell'audacia di chi è onesto, di chi ha voluto tornare onesto e ha distrutto ogni legame col passato per farsi una nuova vita.
 4 Avanti! Chi viene da Lazzaro?». È imperiosa come una regina. Li domina tutti con la sua franchezza, spietata anche contro se stessa. Marta, invece, è angosciata, con le lacrime negli occhi che fissano supplichevoli Maria perché stia zitta.
   «Verrò io!», dice con un sospiro di vittima Elchia, falso come una serpe. Escono insieme.
   Gli altri si volgono a Marta: «Tua sorella!… Sempre quel carattere. Non dovrebbe. Ha tanto da farsi perdonare», dice Uriel, il rabbi visto a Giscala, quello che là ha colpito con sassi Gesù.
   Marta, sotto la sferza di queste parole, ritrova la sua forza e dice: «L'ha perdonata Iddio. Ogni altro perdono non ha valore dopo quello. E la sua vita attuale è d'esempio al mondo». Ma l'audacia di Marta presto cade e si muta in pianto. Geme fra le lacrime: «Siete crudeli! Verso lei… e verso me… Non avete pietà né del dolore passato, né del dolore attuale. Perché siete venuti? Per offendere e dare dolore?».
   «No, donna. No. Unicamente per salutare il grande giudeo che muore. Non per altro! Non per altro! Non devi prendere a male le rette intenzioni nostre. Abbiamo saputo da Giuseppe e Nicodemo dell'aggravamento e siamo venuti… come essi, i due grandi amici del Rabbi e di Lazzaro. Perché volete trattarci in maniera diversa, noi che amiamo il Rabbi e Lazzaro come essi? Non siete giuste. Puoi forse dire che essi, con Giovanni, Eleazar, Filippo, Giosuè e Gioachino, non sono venuti a sentire di Lazzaro, e che anche Mannaen non è venuto?…».
   «Non dico nulla. Ma stupisco che voi sappiate tutto così bene. Non pensavo che anche l'interno delle case fosse sorvegliato da voi. Non sapevo che vi fosse un precetto nuovo oltre i seicentotredici: quello di indagare, di spiare nell'intimo delle famiglie…
 5 Oh! scusate! Io vi offendo! Il dolore mi dissenna e voi lo acuite».
   «Oh! ti comprendiamo, donna! E perché vi pensiamo dissennate, siamo venuti a darvi un consiglio buono. Mandate a chiamare il Maestro. Anche ieri sette lebbrosi vennero a lodare il Signore perché il Rabbi li ha guariti. Chiamatelo anche per Lazzaro».
   «Non è lebbroso mio fratello», grida Marta convulsa. «Per questo lo avete voluto vedere? Per questo siete venuti? No. Non è lebbroso! Guardate le mie mani. Io lo curo da anni e non è lebbra su me. Ho la pelle arrossata dagli aromi, ma non ho lebbra. Non ho…».
   «Pace! Pace, donna. E chi ti dice che Lazzaro è lebbroso? E chi sospetta in voi un peccato così orrendo come quello di occultare un lebbroso? E credi tu che, nonostante la vostra potenza, non vi avremmo colpiti se aveste peccato? Anche sul corpo del padre e della madre e della sposa e dei figli noi siamo capaci di passare, pur di far ubbidire ai precetti. Io te lo dico. Io, Gionata di Uziel».
   «Ma certo! Così è! E ora ti diciamo, per il bene che ti vogliamo, per l'amore che avevamo a tua madre, per quello che abbiamo a Lazzaro: chiamate il Maestro. Scuoti il capo? Vuoi dire che è tardi ormai? Come? Non hai fede in Lui, tu, Marta, discepola fedele? È grave ciò! Cominci tu pure a dubitare?», dice Archelao.
   «Tu bestemmi, o scriba. Io credo nel Maestro come al Dio vero».
   «E allora perché non vuoi provare? Egli ha risuscitato i morti… Almeno così si dice… Forse non sai dove è? Se vuoi, te lo cerchiamo noi, ti aiutiamo noi», insinua Felice.
   «Ma no! Certo in casa di Lazzaro si sa dove è il Rabbi. Dillo con schiettezza, o donna, e noi partiremo a cercartelo e te lo condurremo, e staremo presenti al miracolo per gioire con te, con voi tutti», dice tentatore Sadoc.
   Marta è titubante, quasi tentata a cedere. Gli altri incalzano mentre lei dice: «Dove sia non so… Non so proprio… È partito giorni or sono e ci ha salutate come chi va via per lungo tempo… Mi sarebbe conforto sapere dove è… Almeno saperlo… Ma non so, in verità…».
   «Povera donna! Ma noi ti aiuteremo… Te lo condurremo», dice Cornelio.
 6 «No! Non occorre. Il Maestro… Voi parlate di Lui, non è vero? Il Maestro ha detto che dobbiamo sperare oltre lo sperabile, e in Dio solo. E noi lo faremo», tuona Maria che torna con Elchia, che la lascia subito chinandosi a parlare con tre farisei.
   «Ma egli muore, a quel che sento!», dice uno di essi, che è Doras.
   «E con ciò? Muoia! Io non ostacolerò il decreto di Dio e non disubbidirò al Rabbi».
   «E che vuoi sperare oltre la morte, o dissennata?», deride l'erodiano.
   «Che? La Vita!». La voce è un grido di fede assoluta.
   «La Vita? Ah! Ah! Sii sincera. Tu sai che davanti ad un vero morire nullo è il suo potere, e nel tuo stolto amore per Lui non vuoi che ciò appaia».
   «Uscite tutti! Toccherebbe a Marta di farlo. Ma essa vi teme. Io temo soltanto di offendere Dio che mi ha perdonata. E lo faccio perciò in luogo di Marta. Uscite tutti. Non vi è posto in questa casa per quelli che odiano Gesù Cristo. Fuori! Alle vostre tane tenebrose! Fuori tutti! O vi farò cacciare dai servi come una mandra di pezzenti immondi».
   È imponente nella sua ira. I giudei se la svignano, vili al­l'estre­mo, davanti alla donna. Vero è che quella donna pare un arcangelo irato…
   La sala si sgombra e gli sguardi di Maria, man mano che uno varca la soglia passandole davanti, creano una immateriale forca caudina sotto la quale deve abbassarsi la superbia dei vinti giudei. La sala resta vuota finalmente.
 7 Marta si accascia sul tappeto in uno scoppio di pianto.
   «Perché piangi, sorella? Non ne vedo la ragione…».
   «Oh! tu li hai offesi… ed essi ti hanno, ci hanno offese… e ora si vendicheranno… e…».
   «Ma taci, stolta femmina! Su chi vuoi che si vendichino? Su Lazzaro? Prima devono deliberare, e avanti che decidano…
   Oh! su un gulalnon ci si vendica! Su noi? E abbiamo bisogno del loro pane per vivere? Gli averi non ce li toccheranno. Si proietta su essi l'ombra di Roma. E su che allora? E se anche fosse che potessero, non siamo noi due giovani e forti? Non potremo lavorare? Non è forse povero Gesù? Non è forse stato operaio Gesù nostro? Non saremmo più simili a Lui, essendo povere e lavoratrici? Ma glòriati di divenirlo! Speralo! Chiedilo a Dio!».
   «Ma ciò che ti hanno detto…».
   «Ah! Ah! Ciò che mi hanno detto! È la verità. Me la dico io pure. Sono stata una immonda. Ora sono l'agnella del Pastore! E il passato è morto. Su, vieni da Lazzaro».

 

   Cap. DXLIII. Marta manda un servo a chiamare il Maestro.

   20 dicembre 1946.
 
 1 Mi trovo ancora nella casa di Lazzaro e vedo che Marta e Maria escono nel giardino accompagnando un uomo piuttosto anziano, molto dignitoso nell'aspetto e direi non ebreo, perché ha il volto completamente rasato come lo hanno i romani.
   Allontanate che sono un poco dalla casa, Maria gli chiede: «Ebbene, Nicomede? Che ci dici di nostro fratello? Noi lo vediamo molto… malato… Parla».
   L'uomo apre le braccia con un gesto di commiserazione e di costatazione dell'ineluttabilità del fatto, e dice fermandosi: «È molto malato… Io non vi ho mai ingannate sin dai primi tempi che l'ho preso in cura. Ho tentato di tutto, voi lo sapete. Ma non è servito. Ho anche… sperato, sì, ho sperato che almeno potesse vivere reagendo all'estenuazione della malattia con il buon nutrimento e i cordiali che gli preparavo. Ho tentato anche con veleni atti a preservare il sangue dalla corruzione e a sostenere le forze, secondo le vecchie scuole dei grandi maestri della medicina. Ma il male è più forte dei mezzi per curare il male. Sono come corrosioni queste malattie. Distruggono. E quando appaiono all'esterno, l'interno delle ossa ne è già invaso, e come la linfa in un albero dall'imo si alza alla vetta così qui dal piede la malattia si è estesa a tutto il corpo…».
   «Ma ha le gambe malate, quelle sole…», geme Marta.
   «Sì. Ma la febbre distrugge là dove voi non pensate esservi che sanità. Guardate questo ramicello caduto da quell'albero. Pare tarlato qua, presso la frattura. Ma, ecco… (lo sbriciola fra le dita). Vedete? Sotto la scorza ancor liscia è la carie sino in cima, dove ancora sembra esservi vita perché vi sono ancora delle foglioline. Lazzaro ormai è… morente, povere sorelle! Il Dio dei vostri padri, e gli dèi e semidèi della nostra medicina, nulla hanno potuto fare… o voluto fare. Parlo del vostro Dio… E perciò… sì, prevedo ormai prossima la morte anche per l'aumento della febbre, sintomo della corruzione entrata nel sangue, per i moti disordinati del cuore, e per la mancanza di stimoli e reazioni nel malato e in tutti i suoi organi. Voi vedete! Non si nutre più, non ritiene il poco che prende e non assimila ciò che ritiene. È la fine… E — credete ad un medico che è riconoscente a voi ricordando Teofilo — e la cosa più da desiderarsi ormai è la morte… Sono mali tremendi. Da migliaia di anni distruggono l'uomo, e l'uomo non riesce a distruggere loro.
 2 Soltanto gli dèi potrebbero se…». Si arresta, le guarda sfregandosi con le dita il mento rasato. Pensa. Poi dice: «Perché non chiamate il Galileo? È vostro amico. Egli può perché tutto Egli può. Io ho controllato persone che erano condannate e che sono guarite. Una forza strana esce da Lui. Un fluido misterioso che rianima e raduna le disperse reazioni e impone loro di voler guarire… Non so. So che l'ho seguito anche, stando mescolato nella folla, e ho visto cose meravigliose… Chiamatelo. Io sono un gentile. Ma onoro il Taumaturgo misterioso del vostro popolo. E sarei felice se Egli potesse ciò che io non ho potuto».
   «Egli è Dio, Nicomede. Perciò può. La forza che tu chiami fluido è il suo volere di Dio», dice Maria.
   «Non derido la vostra fede. Anzi la sprono a crescere sino all'impossibile. Del resto… Si legge che gli dèi sono scesi sulla Terra qualche volta. Io… non ci avevo creduto mai… Ma, con scienza e coscienza di uomo e di medico, devo dire che così è, perché il Galileo opera guarigioni che solo un dio può operare».
   «Non un dio, Nicomede. Il vero Dio», insiste Maria.
   «E va bene. Come tu vuoi. E io lo crederò e diventerò suo seguace se vedrò che Lazzaro… risorge. Perché ormai, più che di guarigione, di risurrezione è d'uopo parlare. Chiamatelo, dunque, e con urgenza… perché, se stolto non sono divenuto, al massimo entro il terzo tramonto da questo egli morrà. Ho detto "al massimo". Potrebbe essere anche prima, ormai».
   «Oh! potessimo! Ma non sappiamo dove sia…», dice Marta.
   «Io lo so. Me lo ha detto un suo discepolo che andava a raggiungerlo accompagnandogli dei malati, e due erano dei miei. È oltre il Giordano, presso il guado. Così ha detto. Voi forse sapete meglio il luogo».
   «Ah! in casa di Salomon, certo!», dice Maria.
   «Lontano molto?».
   «No, Nicomede».
   «E allora mandate subito un servo a dirgli che venga. Io più tardi ritorno e resto qui per vedere la sua azione su Lazzaro. Salve, domine. E… fatevi cuore a vicenda». Le inchina e se ne va verso l'uscita, là dove un servo lo attende per tenergli il cavallo e aprirgli il cancello.
 3 «Che facciamo, Maria?», chiede Marta dopo aver visto partire il medico.
   «Ubbidiamo al Maestro. Egli ha detto di mandarlo a chiamare dopo la morte di Lazzaro. E noi lo faremo».
   «Ma, morto che sia…, che giova avere più qui il Maestro? Per il nostro cuore sì, sarà utile. Ma per Lazzaro!… Io mando un servo a chiamarlo».
   «No. Tu distruggeresti il miracolo. Egli ha detto di saper sperare e credere contro ogni realtà contraria. E se lo faremo noi avremo il miracolo, ne sono sicura. Se non lo sapremo fare, Dio ci lascerà con la nostra presunzione di voler fare meglio di Lui e non ci concederà nulla».
   «Ma non lo vedi quanto soffre Lazzaro? Non senti come, nei momenti che è in sé, desidera il Maestro? Non hai cuore tu a volergli negare l'ultima gioia al povero fratello nostro!… Povero fratello nostro! Povero fratello nostro! Fra poco non avremo più fratello! Più padre, più madre, più fratello! La casa distrutta, e noi sole come due palme in un deserto». Viene presa da una crisi di dolore, direi anche da una crisi di nervi tutta orientale, e si agita, percuotendosi il viso, spettinandosi i capelli.
   Maria l'afferra. Le impone: «Taci! Taci, ti dico! Egli può sentire. Io lo amo più e meglio di te, e so dominarmi. Tu sembri una femmina malata. Taci, dico! Non è con queste smanie che si cambiano le sorti, e neppure che si commuovono i cuori. Se lo fai per commuovere il mio, ti sbagli. Pensalo bene. Il mio si schianta nell'ubbidienza. Ma resiste in essa».
   Marta, dominata dalla forza della sorella e dalle sue parole, si calma alquanto, ma nel suo dolore, più calmo ora, geme invocando la madre: «Mamma! oh! mamma mia, consolami. Più pace in me da quando tu sei morta. Se fossi qui, madre! Se i dolori non ti avessero uccisa! Se ci fossi, ci guideresti e noi ti ubbidiremmo, per il bene di tutti… Oh!…».
   Maria muta di colore e, senza far del rumore, piange con un volto angosciato e torcendosi le mani senza parlare.
   Marta la guarda e dice: «Nostra madre, quando fu per morire, mi fece promettere che sarei stata una madre per Lazzaro. Se ella fosse qui…».
   «Ubbidirebbe al Maestro perché era una donna giusta. Inutilmente cerchi di commuovermi. Dimmi pure che io sono stata l'assassina di mia madre per i dolori che le ho dato. Ti dirò: "Hai ragione". Ma se vuoi farmi dire che hai ragione a volere il Maestro, io ti dico: "No". E sempre dirò: "No". E sono certa che dal seno di Abramo ella mi approva e benedice. Andiamo in casa».
   «Più nulla! Più nulla!».
   «Tutto! Tutto devi dire! In verità tu ascolti il Maestro e sembri attenta mentre Egli parla, ma poi non ricordi ciò che Egli dice. Non ha Egli sempre detto che amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno? E allora come puoi dire che rimarremo senza nulla più, se avremo Dio e possederemo il Regno per la nostra fedeltà? Oh! che in verità bisogna essere assolute come io lo fui nel male, anche per poter essere, e sapere, e volere essere assolute nel bene, nell'ubbidienza, nella speranza, nella fede, nell'amore!…».
   «Tu permetti che i giudei deridano e facciano insinuazioni sul Maestro. Li hai sentiti ieri l'altro…».
   «E pensi ancora al gracchiare di quelle cornacchie, allo squittìo di quegli avvoltoi? Ma lasciali sputare ciò che hanno dentro! Che ti importa del mondo? Che è il mondo rispetto a Dio? Guarda: meno di questo lurido moscone intirizzito, o avvelenato dall'aver succhiato sozzure, che io calpesto così», e dà un energico colpo di tallone ad un tardo tafano che cammina lentamente sulla ghiaia del viale. Poi prende Marta per un braccio, dicendo: «Su. Vieni in casa e…».
   «Facciamoglielo almeno sapere al Maestro. Mandiamogli a dire che è morente, senza dirgli di più…».
   «Come avesse bisogno di saperlo da noi! No, ho detto. È inutile. Egli ha detto: "Quando sarà morto fatemelo sapere". E lo faremo. Non prima di allora».
   «Nessuno, nessuno ha pietà del mio dolore! Tu meno di tutti…».
   «E smettila di piangere così. Non lo posso sopportare…». Nel suo dolore si morde le labbra per dare forza alla sorella e non piangere essa pure.
 4 Marcella corre fuori dalla casa, seguita da Massimino: «Mar­ta! Maria! Correte! Lazzaro sta male. Non risponde più…».
   Le due sorelle corrono via rapide entrando in casa… e dopo poco si sente la voce forte di Maria dare ordini per i soccorsi del caso, e si vedono correre servi con cordiali e catini fumanti d'acque bollenti, e si sentono bisbigli e si vedono gesti di dolore…
   Subentra pian piano la calma dopo tanta agitazione. Si vedono i servi parlottare fra loro, meno agitati ma con atti di grande sconforto a punteggiatura del loro dire. Chi scuote il capo, chi lo alza al cielo allargando le braccia come per dire: «Così è», chi piange e chi ancora vuole sperare in un miracolo.
 5 Ecco Marta di nuovo. Pallida come una morta. Si guarda dietro le spalle per vedere se è seguita. Guarda i servi che le si stringono intorno ansiosi. Torna a guardare se dalla casa esce qualcuno a seguirla. Poi dice ad un servo: «Tu! Vieni con me».
   Il servo si stacca dal gruppo e la segue verso la pergola dei gelsomini e dentro la stessa. Marta parla, sempre tenendo d'occhio la casa, che si può vedere attraverso il folto intreccio dei rami: «Ascolta bene. Quando tutti i servi saranno rientrati, ed io darò loro ordini perché siano occupati nella casa, tu andrai alle scuderie, prenderai un cavallo dei più rapidi, lo sellerai… Se per caso alcuno ti vede, di' che vai per il medico… Non menti tu e non ti insegno a mentire io, perché veramente ti mando dal Medico benedetto… Prendi con te biada per la bestia e cibo per te e questa borsa per tutto quanto ti possa occorrere. Esci dal piccolo cancello e, passando per i campi arati, che non dànno rumore sotto lo zoccolo, ti allontani dalla casa. Poi prendi la via di Gerico e galoppi senza fermarti mai, neppure a notte. Hai capito?Senza fermarti mai. La luna novella ti illuminerà la via se viene il buio mentre ancora galoppi. Pensa che la vita del tuo padrone è nelle tue mani e nella tua sveltezza. Mi fido di te».
   «Padrona, io ti servirò come uno schiavo fedele».
   «Vai al guado di Betabara. Passi e vai al paese oltre Betania d'Oltre-Giordano. Sai? Dove in principio battezzava Giovan­ni».
   «Lo so. Ci andai anche io a purificarmi».
   «In quel paese c'è il Maestro. Tutti ti indicheranno la casa dove è ospitato. Ma se tu, in luogo della via maestra, segui le sponde del fiume, è meglio. Sei meno visto e trovi da te la casa. È la prima dell'unica via del paesello che dalla campagna va al fiume. Non puoi sbagliare. Una casa bassa, senza terrazzo né camera alta, con l'orto che si trova, venendo dal fiume, prima della casa, un orto chiuso da un cancelletto di legno e una siepe di spinalbe, credo, una siepe insomma. Hai capito? Ripeti».
   Il servo ripete pazientemente.
   «Va bene. Chiedi di parlare con Lui, con Lui solo, e gli dici che le tue padrone ti mandano a dirgli che Lazzaro è molto malato, che sta per morire, che noi non resistiamo più, che egli lo vuole e che venga subito, subito, per pietà. Hai capito be­ne?».
   «Ho capito, padrona».
   «E dopo torna subito indietro, di modo che nessuno noti molto la tua assenza. Prendi un fanale con te, per le ore buie. Va', corri, galoppa, stronca il cavallo, ma torna presto con la risposta del Maestro».
   «Lo farò, padrona».
   «Va'! Va'! Vedi? Sono già tutti rientrati in casa. Va' subito. Nessuno ti vedrà fare i preparativi. Io stessa ti porterò il cibo. Va'! Te lo metterò alla soglia del piccolo cancello. Va'! E Dio sia con te. Va'!…».
   Lo spinge, ansiosa, e poi corre in casa rapida e guardinga, e dopo poco sguscia fuori da una porta secondaria, sul lato sud, con un piccolo sacco fra le mani, rasenta una siepe sino alla prima apertura, svolta, scompare…

 

   Cap. DXLV. l servo di Betania riferisce a Gesù il messaggio di Marta. Predizione a Simon Pietro su Roma cristiana.

   22 dicembre 1946.
 
 1 È già l'imbrunire quando il servo, risalendo le boschive del fiume, sprona il cavallo fumante di sudore a superare il dislivello che in quel punto è fra il fiume e la via del paese. La povera bestia palpita nei fianchi per la corsa veloce e lunga. Il mantello nero è tutto marezzato di sudore e la spuma del morso ha spruzzato il petto di bianco. Sbuffa inarcando il collo e scuotendo il capo.
   Eccolo nella vietta. La casa è presto raggiunta. Il servo balza al suolo, lega il cavallo alla siepe, dà la voce.
   Dal dietro della casa si sporge la testa di Pietro, e la sua voce un po' aspra chiede: «Chi chiama? Il Maestro è stanco. Sono molte ore che non ha pace. È quasi notte. Tornate domani».
   «Non voglio nulla dal Maestro, io. Sono sano e non ho che da dirgli una parola».
   Pietro viene avanti dicendo: «E da parte di chi, se si può chiederlo? Senza riconoscimento sicuro, io non faccio passare nessuno, e specie chi puzza di Gerusalemme come te». È venuto avanti lentamente, più insospettito della bellezza del morello riccamente bardato che dell'uomo. Ma quando gli è viso a viso ha un atto di stupore: «Tu? Ma non sei un servo di Lazzaro, tu?».
   Il servo non sa che dire. La padrona gli ha detto di parlare soltanto con Gesù. Ma l'apostolo sembra ben deciso a non farlo passare. Il nome di Lazzaro, egli lo sa, è potente presso gli apostoli. Si decide a dire: «Sì. Sono Giona, servo di Lazzaro. Devo parlare al Maestro».
   «Sta male Lazzaro? È lui che ti manda?».
   «Sta male, sì. Ma non mi fare perdere tempo. Devo tornare indietro al più presto». E per decidere Pietro dice: «Ci furono i sinedristi a Betania…».
   «I sinedristi!!! Passa! Passa!», e apre il cancello dicendo: «Ritira il cavallo. Gli daremo da bere e dell'erba, se vuoi».
   «Ho la biada. Ma un poco d'erba non farà male. L'acqua dopo, prima gli farebbe male».
 2 Entrano nello stanzone dove sono i lettucci e legano la bestia in un angolo per tenerla riparata dall'aria; il servo la copre con la coperta che era legata alla sella, gli dà la biada e l'erba che Pietro ha preso non so dove. E poi tornano fuori e Pietro guida il servo nella cucina e gli dà una tazza di latte caldo, preso da un paiolino che è presso il fuoco acceso, in luogo dell'acqua che il servo aveva chiesto.
   Mentre il servo beve e si ristora al fuoco, Pietro, che è eroico nel non fare domande curiose, dice: «Il latte è meglio dell'acqua che volevi. E posto che ce lo abbiamo! Hai fatto tutta una tappa?».
   «Tutta una tappa. E così farò al ritorno».
   «Sarai stanco. E il cavallo ti resiste?».
   «Lo spero. E poi, al ritorno, non galopperò come nel veni­re».
   «Ma presto è notte. Comincia già ad alzarsi la luna… Come farai al fiume?».
   «Spero arrivarci prima che essa tramonti. Altrimenti sosterò nel bosco sino all'alba. Ma arriverò prima».
   «E dopo? Lunga è la via dal fiume a Betania. E la luna cala presto. È ai suoi primi giorni».
   «Ho un buon fanale. Lo accenderò e andrò piano. Per piano che vada, mi avvicinerò sempre a casa».
   «Vuoi del pane e formaggio? Ne abbiamo. E anche pesce. L'ho pescato io. Perché oggi sono rimasto qui, io e Toma. Ma ora Toma è andato a prendere il pane da una donna che ci aiuta».
   «No. Non ti privare di nulla. Ho mangiato per via, ma avevo sete e anche bisogno di cose calde. Ora sto bene. Ma vuoi andare dal Maestro? C'è in casa?».
   «Sì, sì. Se non ci fosse stato te lo avrei detto subito. È di là che riposa. Perché viene tanta gente qui… Ho persino paura che la cosa faccia chiasso e vengano a disturbare i farisei. Prendi ancora un po' di latte. Tanto dovrai lasciar mangiare il cavallo… e farlo riposare. I suoi fianchi sbattevano come una vela mal tesa…».
   «No. Il latte vi occorre. Siete tanti».
 «Sì. Ma, meno il Maestro che parla tanto da avere stanco il petto, e i più vecchi, noi robusti mangiamo cose che fanno lavorare il dente. Prendi. È quello delle pecorine lasciate dal vecchio. La donna, quando siamo qui, ce lo porta. Ma, se ne vogliamo di più, tutti ce lo danno. Ci vogliono bene, qui, e ci aiutano.
 3 E… di' un po': erano tanti i sinedristi?».
   «Oh! quasi tutti e con loro altri: sadducei, scribi, farisei, giudei di alto censo, qualche erodiano…».
   «E che era venuta a fare quella gente a Betania? C'era Giuseppe con loro? Nicodemo c'era?».
   «No. Erano venuti giorni prima. E anche Mannaen era venuto. Questi non erano di quelli che amano il Signore».
   «Eh! lo credo! Sono così pochi nel Sinedrio che lo amano! Ma che volevano di preciso?».
   «Salutare Lazzaro, dissero nell'entrare…».
   «Uhm! Che amore strano! Lo hanno sempre scansato per tante ragioni!… Bene!… Crediamo pure… Ci sono stati molto?».
   «Alquanto. E sono partiti inquieti. Io non sono servo di casa e non servivo perciò alle mense. Ma gli altri che erano dentro a servire dicono che hanno parlato con le padrone e voluto vedere Lazzaro. Ci è andato Elchia da Lazzaro e…».
   «Buona pelle!…», mormora fra le labbra Pietro.
   «Che hai detto?».
   «Niente, niente! Continua. E ha parlato con Lazzaro?».
   «Credo. C'è andato con Maria. Ma poi, non so perché… Maria si è inquietata e i servi, pronti ad accorrere dalle stanze vicine, dicono che li ha cacciati come cani…».
   «Viva lei! Quel che ci vuole! E ti hanno mandato a dirlo?».
   «Non mi far perdere altro tempo, Simone di Giona».
   «Hai ragione. Vieni».
 4 Lo guida verso una porta. Bussa. Dice: «Maestro, c'è un servo di Lazzaro. Ti vuol parlare».
 «Entri», dice Gesù.
   Pietro apre l'uscio, fa entrare il servo, chiude e si ritira, meritoriamente, presso il fuoco a mortificare la sua curiosità.
   Gesù, seduto sulla sponda del suo lettuccio, nel piccolo ambiente dove c'è appena spazio per il lettuccio e la persona che lo abita, e che certo era prima un ripostiglio di viveri perché ha ancora ganci alle pareti e assi su cavicchi, guarda sorridendo il servo che si è inginocchiato e lo saluta: «La pace sia con te». Poi soggiunge: «Che nuove mi porti? Alzati e parla».
   «Mi mandano le mie padrone a dirti di andare subito da loro, perché Lazzaro è molto ammalato e il medico dice che morrà. Marta e Maria te ne supplicano e mi hanno mandato a dirti: "Vieni, perché Tu solo lo puoi risanare"».
   «Di' loro che stiano tranquille. Questa non è infermità da morirne, ma è gloria di Dio affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo».
   «Ma è molto grave, Maestro! La sua carne cade in cancrena ed egli non si nutre più. Ho sfiancato il cavallo per giungere più in fretta…».
   «Non importa. È come Io dico».
   «Ma verrai?».
   «Verrò. Di' loro che verrò e che abbiano fede. Che abbiano fede. Una fede assoluta. Hai capito? Va'. La pace a te e a chi ti manda. Ti ripeto: "Che abbiano fede. Assoluta". Va'».
   Il servo saluta e si ritira.
 5 Pietro gli corre incontro: «Hai fatto presto a dire. Credevo un discorso lungo…». Lo guarda, lo guarda… La voglia di sapere trasuda da tutti i pori del volto di Pietro. Ma si frena…
   «Io vado. Vuoi darmi acqua per il cavallo? Dopo partirò».
   «Vieni. Acqua!… Abbiamo tutto un fiume per dartela, oltre al pozzo per noi», e Pietro, armato di un lume, lo precede e dà l'acqua richiesta.
   Fanno bere il cavallo. Il servo leva la coperta, osserva i ferri, il sottopancia, le redini, le staffe. Spiega: «Ho corso tanto! Ma tutto è a posto. Addio, Simon Pietro, e prega per noi».
   Conduce fuori il cavallo. Tenendolo per le briglie, esce nella via, mette un piede nella staffa, fa per balzare in sella.
   Pietro lo trattiene, mettendogli una mano sul braccio e dicendo: «Questo solo voglio sapere: c'è pericolo per Lui a stare qui? Questa minaccia hanno fatto? Volevano sapere dalle sorelle dove eravamo? Dillo, in nome di Dio!».
   «No, Simone. No. Questo non è stato detto. Per Lazzaro sono venuti… Fra noi si sospetta per vedere se c'era il Maestro e se Lazzaro era lebbroso, perché Marta urlava forte che lebbroso non è, e piangeva… Addio, Simone. La pace a te».
   «E a te e alle tue padrone. Dio ti accompagni nel ritorno a casa…».
   Lo guarda partire… scomparire presto in fondo alla via, perché il servo preferisce prendere la via maestra, chiara nel bianco di luna, anziché il sentiero oscuro del bosco lungo il fiume. Resta pensieroso. Poi chiude il cancello e torna in casa.
 6 Va da Gesù, che è sempre seduto sul lettuccio, le mani puntate sulla sponda e assorto. Ma si scuote sentendosi vicino Pietro, che lo guarda interrogativamente. Gli sorride.
   «Sorridi, Maestro?».
   «Ti sorrido, Simone di Giona. Siedi qui vicino a Me. Sono tornati gli altri?».
   «No, Maestro. Neppure Tommaso. Avrà trovato da parlare».
   «Ciò è bene».
   «Bene che parli? Bene che tardino gli altri? Lui parla fin troppo. È sempre allegro lui! E gli altri? Io sto sempre in agitazione finché non tornano. Ho sempre paura io».
   «E di che, Simone mio? Non avviene nulla di male per ora, credilo. Mettiti in pace e imita Toma, che è sempre allegro. Tu, invece, sei molto triste da qualche tempo».
   «Sfido chiunque che ti ami a non esserlo! Io sono vecchio ormai, e rifletto più dei giovani. Perché anche essi ti amano, ma sono giovani e pensano meno… Ma se ti piaccio di più allegro, lo sarò, mi sforzerò ad esserlo. Ma per poterlo essere dammi almeno un "che" che mi dia motivo di esserlo. Dimmi il vero, mio Signore. Te lo chiedo in ginocchio (e scivola infatti in ginocchio). Che ti ha detto il servo di Lazzaro? Che ti cercano? Che ti vogliono nuocere? Che…».
   Gesù pone la mano sul capo di Pietro: «Ma no, Simone! Nulla di questo. È venuto a dirmi che Lazzaro è molto aggravato, e nulla più che di Lazzaro si è parlato».
   «Proprio, proprio?».
   «Proprio, Simone. E ho risposto di aver fede».
   «Ma a Betania ci sono stati quelli del Sinedrio, lo sai?».
   «Cosa naturale! La casa di Lazzaro è una grande casa. E l'uso nostro contempla questi onori dati ad un potente che muore. Non ti agitare, Simone».
   «Ma credi proprio che non abbiano preso questa scusa per…».
   «Per vedere se ero là. Ebbene, non mi hanno trovato. Su, non essere così spaventato come se già mi avessero preso. Torna qui, al mio fianco, povero Simone che assolutamente non vuole persuadersi che a Me nulla può accadere di male sino al momento decretato da Dio, e che allora… nulla varrà a difendermi dal Male…».
   Pietro gli si avvinghia al collo e gli tappa la bocca baciandolo su di essa e dicendo: «Taci! Taci! Non mi dire queste cose! Non le voglio sentire!».
   Gesù riesce a svincolarsi tanto da poter parlare e mormora: «Non le vuoi sentire! Questo è l'errore! Ma ti compatisco…
 7 Senti, Simone. Giacché tu solo eri qui, di quanto è accaduto Io e te soli dobbiamo saperlo. Mi intendi?».
   «Sì, Maestro. Non parlerò con nessuno dei compagni».
   «Quanti sacrifici, non è vero, Simone?».
   «Sacrifici? Quali? Qui si sta bene. Abbiamo il necessario».
   «Sacrifici di non chiedere, di non parlare, di sopportare Giuda… di stare lontano dal tuo lago… Ma di tutto Dio ti darà compenso».
   «Oh! se è di questo che vuoi dire!… Per il lago ho il fiume e… me lo faccio bastare. Per Giuda… ho Te che mi compensi a misura piena… E per le altre cose!… Inezie! E mi servono a diventare meno rozzo e più simile a Te. Come sono felice di essere qui con Te! Fra le tue braccia! La reggia di Cesare non mi parrebbe più bella di questa casa, se io potessi sempre starvi così, fra le tue braccia».
   «Che ne sai tu della reggia di Cesare? L'hai forse vista?».
   «No, e non la vedrò mai. Ma non ci tengo. Però la penso grande, bella, piena di cose belle… e di sozzura. Come tutta Roma, immagino. Non ci starei anche se mi coprissero d'oro!».
   «Dove? Nel palazzo di Cesare, o a Roma?».
   «In tutti e due i luoghi. Anatema!».
   «Ma appunto perché sono tali vanno evangelizzati».
   «E che vuoi fare a Roma?! È tutto un lupanare! Nulla da fare là, a meno che non ci venga Tu. Allora!…».
   «Io ci verrò. Roma è capo del mondo. Conquistata Roma, è conquistato il mondo».
   «Andiamo a Roma? Ti proclami re, là! Misericordia e potenza di Dio! Questo è un miracolo!».
 Pietro si è alzato in piedi e sta a braccia alte davanti a Gesù, che sorride e che gli risponde: «Io ci andrò nei miei apostoli. Voi me la conquisterete. Ed Io sarò con voi. Ma di là c'è qualcuno. Andiamo, Pietro».

 

   Cap. DXLVI. Il giorno dei funerali di Lazzaro.

   23 dicembre 1946.
 
 1 La notizia della morte di Lazzaro deve aver fatto l'effetto di un bastoncino agitato nell'interno di un alveare. Tutta Gerusalemme ne parla. Notabili, mercanti, popolo minuto, poveri, gente della città, delle campagne vicine, forestieri di passaggio ma non affatto nuovi del luogo, stranieri che sono lì per la prima volta e che domandano chi è questo tale la cui morte è cagione di tanto sommovimento, romani, legionari, addetti agli uffici, e leviti e sacerdoti che si radunano e si sciolgono continuamente correndo qua e là… Capannelli di gente che con diverse parole ed espressioni parlano del fatto. E chi loda, chi piange, chi si sente più mendico del solito ora che è morto il benefattore, chi geme: «Non avrò più, mai più un padrone simile a lui», chi enumera i suoi meriti e chi illustra il suo censo e la sua parentela, i servizi e le cariche del padre e la bellezza e ricchezza della madre e la sua nascita «da regina», e chi, purtroppo, rievoca anche pagine famigliari sulle quali sarebbe bello calare un velo, specie quando vi è di mezzo un morto che di esse ha sofferto
 2 Le notizie più disparate sulla causa della morte, sul luogo del sepolcro, sull'assenza di Cristo dalla casa del suo grande amico e protettore proprio in quella circostanza, fanno parlare i gruppetti. E le opinioni che prevalgono sono due: una è quella che questo è avvenuto, anzi, è stato prodotto dal cattivo contegno dei giudei, sinedristi, farisei e loro simili verso il Maestro; l'altra, che il Maestro, avendo di fronte una vera malattia mortale, se l'è squagliata perché qui non sarebbero riuscite le sue frodi. Anche senza essere astuti, è facile capire da che fonte viene questa ultima opinione, che invelenisce molti che rimbeccano: «Sei anche tu fariseo? Se lo sei bada a te, perché con noi non si bestemmia il Santo! Maledette vipere partorite dalle iene in connubio col Leviatan! Chi vi paga per bestemmiare il Messia?».
   Battibecchi, insulti, qualche pugno anche, e salati improperi agli impaludati farisei e scribi che passano con aria di dèi, senza degnare di uno sguardo la plebe che vocifera pro e contro loro, pro e contro il Maestro, risuonano per le vie. E accuse! Quante di queste!
   «Costui dice che il Maestro è un falso! È certo uno che ha messo su quel ventre con i denari dati da quei serpenti testé passati».
   «Coi loro denari? Coi nostri, devi dire! Ci spolpano per questi begli scopi! Ma dove è costui, ché lo voglio vedere se è un di quelli che ieri son venuti a dirmi…».
  «È fuggito. Ma, viva Dio! Qui si deve unirsi ed agire. Sono troppo impudenti».
  Altro colloquio: «Ti ho sentito e ti conosco. Dirò a chi di dovere come parli del supremo Tribunale!».
   «Sono del Cristo, e bava di demonio non mi nuoce. Dillo anche ad Anna e Caifa, se vuoi, e ciò giovi a farli più giusti».
   E più là: «A me? A me spergiuro e bestemmiatore perché seguo il Dio vivo? Tu spergiuro e bestemmiatore, che lo offendi e perseguiti. Ti conosco, sai? Ti ho visto e sentito. Spia! Venduto! Correte a prender questo…», e intanto comincia a stampargli in faccia certi schiaffoni che fan diventare rosso il viso ossuto e verdastro di un giudeo.
 «Cornelio, Simeone, guardate! Mi malmenano», dice un altro più là, rivolgendosi ad un gruppo di sinedristi.
 «Sopporta per la fede e non ti insozzare labbra e mani nella vigilia di un sabato», risponde uno dei chiamati senza neppure voltarsi a guardare il malcapitato, sul quale un gruppo di popolani esercitano una rapida giustizia…
   Le donne strillano, richiamando i mariti con suppliche perché non si compromettano.
   I legionari girano in pattuglie, facendo largo a suon di colpi d'asta e minacciando arresti e punizioni.
   La morte di Lazzaro, il fatto principale, è lo spunto per passare a fatti secondari, sfogo alla lunga tensione che è nei cuori… I sinedristi, gli anziani, gli scribi, i sadducei, i giudei potenti, passano indifferenti, sornioni, come se tutto quell'esplodere di piccole ire, di vendette personali, di nervosismo, non avesse radice in loro. E più passano le ore e più il ribollire cresce e i cuori si accendono.
   «Dicono questi, sentite un po', che il Cristo non può guarire i malati. Io ero lebbroso e ora sono sano. Li conoscete voi costoro? Io non sono di Gerusalemme, ma mai li ho visti fra i discepoli del Cristo da due anni a questa parte».
   «Costoro? Fammi vedere quel di mezzo! Ah! ribaldo ladrone! Questo è quello che alla passata luna mi è venuto a offrir denaro in nome del Cristo, dicendo che Egli assolda uomini per impadronirsi della Palestina. E ora dice… Ma perché lo hai lasciato scappare?».
   Capito, eh! Che malandrini! E per poco io ci cadevo! Aveva ragione mio suocero!
 3 Ecco là Giuseppe l'Anziano, con Giovanni e Giosuè. Andiamo a chieder loro se è vero che il Maestro vuol farsi degli eserciti. Essi sono giusti e sanno». Corrono in massa verso i tre sinedristi ed espongono la loro domanda.
   «Andate a casa, uomini. Per le vie si pecca e ci si nuoce. Non questionate. Non allarmatevi. Badate ai vostri affari e alle vostre famiglie. Non ascoltate gli agitatori di illusi e non fatevi illudere. Il Maestro è un maestro, non un guerriero. Voi lo conoscete. E ciò che pensa dice. Non vi avrebbe mandato altri a dirvi di seguirlo come guerrieri, se Egli vi avesse voluti tali. Non nuocete a Lui, a voi e alla nostra Patria. A casa, uomini! A casa! Non fate di ciò che è già una sventura, la morte di un giusto, un seguito di sventure. Tornate alle case e pregate per Lazzaro, a tutti benefico», dice il d'Arimatea, che deve essere molto amato e ascoltato dal popolo che lo conosce giusto.
   Anche Giovanni (quello che era geloso) dice: «Egli è uomo di pace, non di guerra. Non ascoltate i falsi discepoli. Ricordate come erano diversi gli altri che si dicevano Messia. Ricordate, confrontate, e la vostra giustizia vi dirà che quelle insinuazioni alla violenza non possono venire da Lui! A casa! A casa! Dalle donne che piangono e dai bambini impauriti. È detto: "Guai ai violenti e a quelli che favoriscono le risse"».
   Un gruppo di donne si accosta in lacrime ai tre sinedristi e una dice: «Gli scribi hanno minacciato il mio uomo. Ho paura! Giuseppe, parla tu ad essi».
   «Lo farò. Ma che tuo marito sappia tacere. Credete di giovare al Maestro con queste agitazioni e di fare onore al morto? Vi sbagliate. Nuocete all'Uno e all'altro», risponde Giuseppe
 4 e le lascia per andare incontro a Nicodemo che, seguito dai servi, viene da una via: «Non speravo vederti, Nicodemo. Io stesso non so come ho potuto. Il servo di Lazzaro è venuto, finito il gallicinio, a dirmi la sciagura».
   «E a me più tardi. Sono subito partito. Sai se a Betania c'è il Maestro?».
   «No. Non c'è. Il mio intendente di Bezeta fu là all'ora di terza e mi disse che non c'è».
   «Io non capisco come… A tutti il miracolo e non a lui!», esclama Giovanni.
   «Forse perché alla casa ha già dato più che una guarigione: ha redento Maria e reso pace e onore…», dice Giuseppe.
   «Pace e onore! Dei buoni ai buoni. Perché molti… non hanno reso e non rendono onore neppur ora che Maria… Voi non sapete… Tre dì da oggi furono là Elchia e molti altri… e non fecero onore. E Maria li scacciò. Me lo dissero furenti, ed io ho lasciato dire per non scoprire il mio cuore…», dice Giosuè.
   «E ora vanno ai funerali?», chiede Nicodemo.
   «Ebbero l'avviso e si adunarono a discutere al Tempio. Oh! i servi ebbero molto da correre questa mattina all'aurora!».
   «Perché così affrettato il funerale? Subito dopo sesta!…».
   «Perché Lazzaro era corrotto già quando morì. Mi disse il mio intendente che, nonostante le resine che ardono per le stanze e gli aromi profusi sul morto, il puzzo del cadavere si sente sino dal portico della casa. E poi al tramonto si inizia il sabato. Non era possibile fare diversamente».
 5 «E dici che si adunarono al Tempio? Perché?».
   «Ecco… veramente era già indetta l'adunanza per discutere su Lazzaro. Vogliono dire che fosse lebbroso…», dice Giosuè.
   «Questo no. Egli per primo si sarebbe isolato secondo la legge», difende Giuseppe. E aggiunge: «Ho parlato col loro medico. Egli me lo ha assolutamente escluso. Era malato di una consunzione putrida».
   «E allora di che hanno discusso, posto che Lazzaro era già morto?», chiede Nicodemo.
   «Sull'andare o meno ai funerali dopo che Maria li ha cacciati. Chi voleva sì e chi no. Ma chi voleva andare erano i più e per tre motivi. Vedere se c'è il Maestro, prima ragione e comune a tutti. Vedere se fa il miracolo, seconda ragione. Terza, il ricordo di recenti parole del Maestro agli scribi presso il Giordano in quel di Gerico», spiega ancora Giosuè.
   «Il miracolo! Quale, se ormai è morto?», chiede con un'alzata di spalle Giovanni e termina: «I soliti sempre!… Cercatori del­l'impossibile!».
   «Il Maestro ha risuscitato altri morti», osserva Giuseppe.
   «È vero. Ma se avesse voluto tenerlo vivo non lo avrebbe lasciato morire. La tua ragione di prima è giusta. Essi hanno già avuto».
   «Sì. Ma Uziel si è ricordato, e con lui Sadoc, di una sfida avuta molte lune or sono. Il Cristo ha detto che darà la prova di saper ricomporre anche un corpo disfatto. E Lazzaro è tale. E ancor dice Sadoc lo scriba che, presso il Giordano, il Rabbi, di suo, gli ha detto che alla nuova luna vedrebbe compiersi metà della sfida. Questa: di uno disfatto che rivive, e senza più sfacimento e malattia. E hanno vinto loro. Se ciò avviene, certo è perché c'è il Maestro. E, anche, se ciò avviene non c'è più dubbio su di Lui».
   «Purché ciò non sia male…», mormora Giuseppe.
   «Male? Perché? Gli scribi e farisei si persuaderanno…».
   «O Giovanni! Ma sei uno straniero per poter dire questo? Non conosci i tuoi concittadini? Quando mai la verità li ha fatti santi? Non ti dice nulla il fatto che nella mia casa non sia stato portato l'invito all'adunanza?».
   «Neppure nella mia fu portato. Dubitano di noi e ci lasciano fuori sovente», dice Nicodemo. E chiede: «C'era Gamaliele?».
   «Suo figlio. E lui verrà anche per il padre, che è sofferente a Gamala di Giudea».
   «E che diceva Simeone?».
   «Nulla. Nulla affatto. Ha ascoltato. Se ne è andato. Poco fa è passato con dei discepoli del padre suo, diretto a Betania».
   Sono quasi alla porta che apre sulla via di Betania. E Giovanni esclama: «Guarda! È presidiata. Perché mai? E fermano chi esce».
   «C'è agitazione in città…».
   «Oh! Non è poi delle più forti…».
 6 Giungono alla porta e sono fermati come tutti gli altri.
 «La ragione di questo, o milite? Io sono noto a tutta l'Antonia, né di me potete dire male. Vi rispetto e rispetto le vostre leggi», dice Giuseppe d'Arimatea.
   «Ordine del Centurione. Il Preside sta per entrare in città e vogliamo sapere chi esce dalle porte, e specie da questa che dà sulla via di Gerico. Ti conosciamo. Ma conosciamo anche il vostro umore per noi. Tu e i tuoi passate. E se avete voce sul popolo dite che è bene per esso stare calmo. Ponzio non ama mutar le sue abitudini per dei sudditi che adombrano… e potrebbe esser severo troppo. Un consiglio leale a te, che leale sei».
   Passano…
   «Sentito? Prevedo giorni pesanti… Bisognerà consigliare gli altri, più che il popolo…», dice Giuseppe.
7 La via per Betania è affollata di gente che va tutta in una direzione: a Betania. Tutta gente che va ai funerali. Si vedono sinedristi e farisei mescolati a sadducei e scribi, e questi ai contadini, servi, intendenti delle diverse case e poderi che Lazzaro ha in città e nelle campagne; e più ci si avvicina a Betania, più da tutti i sentieri e le vie altra gente sbocca in questa che è la principale.
   Ecco Betania. Betania in lutto intorno al suo più grande cittadino. Tutti gli abitanti, con le vesti migliori, sono già fuori delle case che sono serrate come nessuno fosse in esse. Ma ancora non sono nella casa del morto. La curiosità li trattiene presso il cancello, lungo la via. Osservano chi passa degli invitati e si scambiano nomi e impressioni.
   «Ecco Natanael Ben Faba. Oh! il vecchio Matatia parente di Giacobbe! Il figlio di Anna! Guardalo là con Doras, Callascebona e Archelao. Uh! come hanno fatto a venire quelli di Galilea? Ci sono tutti. Guarda: Eli, Giocana, Ismael, Uria, Gioachino, Elia, Giuseppe… Il vecchio Canania con Sadoc, Zaccaria e Giocana sadducei. C'è anche Simeone di Gamaliele. Solo. Il rabbi non c'è. Ecco Elchia con Nahum, Felice, Anna lo scriba, Zaccaria, Gionata di Uziel! Saul con Eleazaro, Trifone e Joazar. Buoni questi! Un altro dei figli di Anna. Il più piccolo. Parla con Simone Camit. Filippo con Giovanni l'Antipatride. Alessandro, Isacco, e Giona di Babaon. Sadoc. Giuda, discendente degli Assidei, l'ultimo, credo, della classe. Ecco gli intendenti dei diversi palazzi. Non vedo gli amici fedeli. Quanta gente!».
   Davvero! Quanta gente! Tutta sussiegata, parte con un viso di circostanza o con i segni del vero dolore sul volto. Il cancello spalancato inghiotte tutti, e vedo passare tutti quelli che in successive riprese ho visto benevoli o nemici intorno al Maestro. Tutti, meno Gamaliele e meno il sinedrista Simone. E vedo altri ancora che non ho mai visto, o che avrò visto senza saperne il nome, nelle dispute intorno a Gesù… Passano rabbi coi loro discepoli, e scribi a gruppi serrati. Passano giudei dei quali sento enumerare le ricchezze… Il giardino è pieno di gente che, dopo essere andata a dire parole di condoglianza alle sorelle — che, sarà l'usanza, forse, sono sedute sotto il portico, e perciò fuori della casa — tornano a spargersi per il giardino in un continuo confondersi di colori e in un continuo sprofondarsi in saluti.
   Marta e Maria sono disfatte. Si tengono per mano come due bambine, spaurite del vuoto che si è fatto nella loro casa, del nulla che empie la loro giornata ora che non c'è più da curare Lazzaro. Ascoltano le parole dei visitatori, piangono coi veri amici, coi dipendenti fedeli, si inchinano ai gelidi, imponenti, rigidi sinedristi venuti più per mettersi in mostra che per onorare il defunto, rispondono, stanche di ripetere le stesse cose centinaia di volte, a chi le interroga sugli ultimi momenti di Lazzaro.
   Giuseppe, Nicodemo, gli amici più fidi, si mettono al loro fianco con poche parole, ma con una amicizia che conforta più di ogni parola.
 8 Torna Elchia coi più intransigenti, coi quali ha parlato a lungo, e chiede: «Non potremmo osservare il morto?».
   Marta si passa con pena la mano sulla fronte e chiede: «Quando mai ciò si fa in Israele? Già è preparato…», e lacrime lente le scendono dagli occhi.
   «Non si usa, è vero. Ma noi lo desideriamo. Gli amici più fedeli hanno ben diritto di vedere un'ultima volta l'amico».
   «Anche noi sorelle avremmo avuto questo diritto. Ma fu necessità imbalsamarlo subito… E, tornate che fummo nella stanza di Lazzaro, non vedemmo più che la forma fra le fa­sce…».
   «Dovevate dare ordini chiari. Non potevate e non potreste levare il sudario al volto?».
   «Oh! è corrotto già… E l'ora dei funerali è venuta».
   Giuseppe interloquisce: «Elchia, mi sembra che noi… per eccesso di amore, procuriamo pena. Lasciamo in pace le sorelle…».
   Si avanza Simeone figlio di Gamaliele a impedire la risposta di Elchia: «Mio padre verrà appena che possa. Io lo rappresento. Egli apprezzava Lazzaro. Ed io con lui».
   Marta si inchina rispondendo: «L'onore del rabbi al fratello nostro sia compensato da Dio».
   Elchia, essendo lì il figlio di Gamaliele, si scosta senza insistere oltre e discute con altri, che gli fanno osservare: «Ma non senti il fetore? Vuoi dubitarlo? Del resto vedremo se murano il sepolcro. Non si vive senz'aria».
   Un altro gruppo di farisei si avvicina alle sorelle. Sono quasi tutti quelli di Galilea. Marta, ricevute le loro attestazioni, non si può trattenere dal dire il suo stupore per la loro presenza.
   «Donna, il Sinedrio siede in deliberazioni di somma importanza e noi siamo nella città per questo», spiega Simone di Cafarnao, e guarda Maria della quale certo ricorda la conversione. Ma si limita a guardarla.
 9 Ecco farsi avanti Giocana, Doras figlio di Doras e Ismael con Canania e Sadoc, e altri che non so chi siano. Parlano, già prima di parlare, coi loro volti viperini. Ma aspettano che Giuseppe si allontani con Nicodemo per parlare a tre giudei, per poter ferire. È il vecchio Canania che, con la sua voce chioccia di vecchio cadente, dà la pugnalata.
   «Che ne dici, Maria? Il vostro Maestro è l'unico assente dei molti amici di tuo fratello. Singolare amicizia! Tanto amore finché Lazzaro stava bene! E indifferenza quando era l'ora di amarlo! Tutti hanno miracoli da Lui. Ma qui non c'è miracolo. Che ne dici, donna, di simile cosa? Ti ha ingannata molto, molto il bel Rabbi galileo, eh! eh! Non dicesti che ti aveva detto di sperare oltre lo sperabile? Non hai dunque sperato, o non giova sperare in Lui? Speravi nella Vita, hai detto. Già! Egli si dice "la Vita", eh! eh! Ma là dentro è tuo fratello morto. E là è aperta già la bocca del sepolcro. E il Rabbi non c'è. Eh! Eh!».
   «Egli sa dare la morte, non la vita», dice con un ghigno Doras.
   Marta china il volto fra le mani e piange. La realtà è ben questa. La sua speranza è ben delusa. Il Rabbi non c'è. Non è neppur venuto a confortarle. Eppure avrebbe potuto essere là, ormai. Marta piange. Non sa più che piangere.
   Anche Maria piange. Anche essa ha la realtà davanti. Ha creduto, ha sperato oltre il credibile… ma nulla è accaduto, e i servi già hanno levato la pietra alla bocca del sepolcro perché si inizia la discesa del sole, e il sole scende presto in inverno, ed è venerdì, e tutto deve esser fatto in tempo e in modo che gli ospiti non abbiano a trasgredire alle leggi del sabato che fra poco ha inizio. Ha sperato tanto, sempre, troppo sperato. Ha consumato le sue capacità in questa speranza. Ed è delusa.
   Canania insiste: «Non mi rispondi? Ti persuadi adesso che Egli è un impostore che vi ha sfruttate e schernite? Povere donne!», e scrolla il capo fra i suoi simili, che lo imitano dicendo essi pure: «Povere donne!».
 10Massimino si accosta: «È l'ora. Date l'ordine. Tocca a voi».
 Marta si accascia al suolo e, soccorsa, viene portata via a braccia fra l'ululo dei servi, che comprendono essere venuta l'ora della deposizione nel sepolcro e intonano i lamenti.
   Maria stringe le mani, convulsa. Supplica: «Ancora un poco! Ancora un poco! E mandate servi sulla via verso Ensemes e la fontana, su ogni via. Servi a cavallo. Che vedano se viene…».
   «Ma speri ancora, o infelice? Ma che ci vuole a persuaderti che Egli vi ha tradite e illuse? Odiate vi ha, e schernite…».
   È troppo! Col volto lavato dal pianto, torturata eppur fedele, nel semicerchio di tutti gli ospiti che si sono radunati per veder uscire la salma, Maria proclama: «Se Gesù di Nazaret così ha fatto, bene è, ed è grande amore il suo per noi tutti di Betania. Tutto a gloria di Dio e sua! Egli lo ha detto che da questo verrà gloria al Signore, perché la potenza del suo Verbo splenderà completa. Eseguisci, Massimo. Il sepolcro non è ostacolo al potere di Dio…».
   Si scosta, sorretta da Noemi che è accorsa, e fa un cenno… La salma, nelle sue fasce, esce dalla casa, traversa il giardino fra due ali di gente, fra l'urlio del cordoglio. Maria vorrebbe seguirla, ma vacilla. Si accoda quando già tutti sono verso il sepolcro. E giunge in tempo per vedere scomparire la lunga forma immota nell'interno buio del sepolcro, nel quale rosseggiano le torce tenute alte dai servi per illuminare la scala a quelli che scendono col morto. Perché il sepolcro di Lazzaro è piuttosto interrato, forse per fruire di strati di roccia sotterranea.
   Maria grida… È allo strazio… Grida… E col nome del fratello è quello di Gesù. Pare le strappino il cuore. Ma non dice che quei due nomi, e li ripete sinché il pesante rumore della chiusura rimessa alla bocca della tomba non le dice che Lazzaro non è più sulla terra neppure col corpo. Allora cede e perde la conoscenza di tutto. Si abbatte su chi la sostiene e sospira ancora, mentre sprofonda nel nulla dello svenimento: «Gesù! Gesù!». Viene portata via.
 11Resta Massimino a licenziare gli ospiti e a ringraziarli per tutta la parentela. Resta per sentirsi dire da tutti che torneranno per il cordoglio ogni giorno…
   Sfollano lentamente. Gli ultimi a partire sono Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro, Giovanni, Gioacchino, Giosuè. E sul cancello trovano Sadoc con Uriel che ridono, cattivi, dicendo: «La sua sfida! E l'abbiamo temuta!».
   «Oh! è ben morto. Come puzzava nonostante gli aromi! Non c'è dubbio, no! Non necessitava levare il sudario. Io credo che sia già verminoso». Sono felici.
 Giuseppe li guarda. Uno sguardo così severo che tronca parole e risate. Tutti si affrettano al ritorno per essere in città avanti la fine del tramonto.

 

   Cap. DXLVII. Gesù decide di andare a Betania.

   24 dicembre 1946.
 
 1 La luce non è già più luce nell'orticello della casa di Salomon, e le piante, i contorni delle case oltre la via, e specie il fondo della via stessa, là dove la stradetta si annulla nella boschina del fiume, perdono sempre più i loro contorni netti, unificandosi in un'unica linea di ombre più o meno chiare, più o meno scure, nell'ombra della sera che cresce sempre più. Più che colori, le cose sparse sulla terra sono suoni, ormai. Voci di bimbi dalle case, richiami di madri, incitamenti di uomini alle pecore o all'asinello, qualche ultimo cigolare di carrucole nei pozzi, fruscio di foglie nel vento della sera, urti secchi, come di legnetti urtati fra loro, dei nocchi sparsi per la boschina. In alto il primo palpitare delle stelle, ancora incerto perché permane un ricordo di luce e perché la prima fosforescenza della luna comincia già a diffondersi nel cielo.
   «Il resto lo direte domani. Ora basta. È notte. E ognuno vada a casa. La pace a voi. La pace a voi. Sì… Sì… Domani. Eh? Che dici? Hai uno scrupolo? Dormici sopra sino a domani e poi, se non ti è passato, verrai. Ci mancherebbe altro! Anche gli scrupoli per affaticarlo di più! Anche gli smaniosi di guadagno! E le suocere che vogliono far rinsavire le spose, e le spose che vogliono far meno acide le suocere, e fra queste e quelle meriterebbero d'aver mozza la lingua tutte e due. E che c'è d'altro? Tu? Che dici? Oh! questo sì, poverino! Giovanni, conduci questo bambino dal Maestro. Ha la mamma malata e lo manda a dire a Gesù che preghi per lei. Poverino! È rimasto indietro perché piccino. E viene da lontano. Come farà a tornare a casa? Ehi! voi tutti! Invece di stare qui per godere di Lui, non potreste mettere in pratica ciò che il Maestro vi ha detto: di aiutarsi l'un l'altro, e i più forti di dare aiuto ai più deboli? Su! Chi accompagna a casa il fanciullo? Potrebbe, Dio non voglia, trovar morta la madre… Che almeno la veda. Asini ce ne avete… È notte? E cosa c'è di più bello della notte? Io ho lavorato per più lustri al lume delle stelle e sono sano e robusto. Lo conduci tu a casa? Dio ti benedica, Ruben. Ecco il fanciullo. Ti ha consolato il Maestro? Sì. Allora va', e sii felice. Ma bisognerà dargli del cibo. È forse dal mattino che non mangia».
   «Il Maestro gli ha dato del latte caldo e pane e frutta; li ha nella tunichella», dice Giovanni.
   «Allora vai con quest'uomo. Ti porta a casa coll'asino».
   Finalmente la gente se ne è andata tutta, e Pietro può riposarsi insieme a Giacomo, Giuda, l'altro Giacomo e Tommaso, che lo hanno aiutato a mandare alle case i più ostinati.
   «Chiudiamo. Che non ci sia chi si pente e torna indietro, come quei due là. Auf! Ma il giorno dopo il sabato è ben faticoso!», dice ancora Pietro entrando nella cucina e chiudendo la porta: «Oh! ora staremo in pace».
2 Guarda Gesù che è seduto presso la tavola, col gomito su essa e il capo sorretto dalla mano, pensieroso, astratto. Gli va vicino, gli posa la mano sulla spalla e gli dice: «Sei stanco, eh! Tanta gente! Vengono da tutte le parti nonostante la stagione».
   «Sembra che abbiano paura di perderci presto», osserva Andrea che sta sventrando dei pesci. Anche gli altri si danno da fare a preparare il fuoco per arrostirli, o a rimestare delle cicorie in un paiolo che bolle. Le loro ombre si proiettano sulle pareti scure che il fuoco, più del lume, rischiara.
   Pietro cerca una tazza per dare del latte a Gesù, che sembra molto stanco. Ma non trova il latte e ne chiede conto agli altri.
   «Lo ha bevuto il bambino l'ultimo latte che avevamo. Il resto lo ebbe quel vecchio mendico e la donna dal marito infer­mo», spiega Bartolomeo.
   «E il Maestro è rimasto senza! Non dovevate dare tutto».
   «Ha voluto così Lui…».
   «Oh! Lui vorrebbe sempre così. Ma non si deve lasciarlo fare. Lui dà via le vesti, Lui dà via il suo latte, Lui dà via Se stesso e si consuma…». Pietro è malcontento.
   «Buono, Pietro! Dare è meglio che ricevere», dice Gesù quietamente uscendo dalla sua astrazione.
   «Già! E Tu dài, dài e ti consumi. E più ti fai vedere disposto a tutte le generosità, e più gli uomini se ne approfittano».
   E intanto, con delle foglie ruvide e sprigionanti un odore misto di mandorla amara e di crisantemo, struscia il tavolo, lo rende ben netto per deporvi sopra il pane, l'acqua, e mette una coppa davanti a Gesù. Gesù si versa subito da bere come se avesse una grande sete. Pietro mette un'altra coppa sull'altro lato del tavolo, presso un piatto con delle ulive e degli steli di finocchio selvatico. Aggiunge il vassoio dei radicchi che Filippo ha già conditi, e insieme ai compagni porta degli sgabelli molto primitivi in aggiunta alle quattro sedie che sono nella cucina, insufficienti a tredici persone.
   Andrea, che ha sorvegliato la cottura del pesce arrostito sulle braci, colloca il pesce su un altro piatto e con degli altri pani va verso la tavola. Giovanni leva la lucerna dal luogo dove era e la mette in mezzo al tavolo.
   Gesù si alza, mentre tutti si avvicinano alla tavola per la cena, e prega ad alta voce, offrendo il pane e benedicendo poi la mensa. Si siede imitato dagli altri e distribuisce il pane e i pesci, ossia depone i pesci sulle forme basse e larghe del pane, in parte fresco, in parte stantio, che ognuno si è messo davanti. Poi gli apostoli si servono dei radicchi usando del forchettone di legno infisso nei medesimi. Anche per la verdura il pane fa da piatto. Soltanto Gesù ha davanti un piatto di metallo largo e piuttosto malandato, e lo usa per dividere il pesce, dando ora a questo e ora a quello un boccone prelibato. Sembra un padre fra i suoi figli, sempre padre anche se Natanaele, Simone Zelote e Filippo sembrano padri a Lui, e Matteo e Pietro possono parere suoi fratelli più anziani.
 3 Mangiano e parlano degli avvenimenti del giorno, e Giovanni ride di gusto per lo sdegno di Pietro verso quel pastore dei monti di Galaad, che pretendeva che Gesù andasse lassù dove era il gregge per benedirlo e fargli guadagnare molto denaro per la dote da darsi alla figlia.
   «C'è poco da ridere. Finché ha detto: "Ho le pecore malate e se muoiono io sono rovinato", l'ho compatito. È come se a noi pescatori si tarlasse la barca. Non si può più pescare e mangiare. E di mangiare tutti si ha diritto. Ma quando ha detto: "E le voglio sane perché voglio farmi ricco e sbalordire il paese per la dote che farò a Ester e per la casa che mi costruirò", allora mi sono fatto brutto. Gli ho detto: "E per questo hai fatto tanta strada? Non hai a cuore che la dote e le ricchezze e le pecore tu? Non ci hai un'anima?". Mi ha risposto: "Per quella c'è tempo. Ora mi premono più le pecore e le nozze, perché è un buon partito ed Ester comincia a invecchiare". Allora, ecco, se non era che mi ricordavo che Gesù dice che si deve essere misericordiosi con tutti, stava fresco l'uomo! Gli ho parlato proprio fra tramontana e scirocco…».
   «E pareva che tu non avessi più a finire. Non prendevi fiato. Ti eran venute le vene del collo gonfie e sporgenti come due bastoni», dice Giacomo di Zebedeo.
   «Era già via da un pezzo il pastore e tu continuavi a predicare. Meno male che dici che non sai parlare alla gente!», aggiunge Tommaso. E lo abbraccia dicendo: «Povero Simone! Che grossa ira che ha preso!».
   «Ma non avevo ragione forse? Cosa è il Maestro? Il facitor di fortune di tutti gli stolti di Israele? Il paraninfo delle altrui nozze, forse?».
   «Non ti inquietare, Simone. Ti fa male il pesce se lo mangi con quel veleno», stuzzica bonario Matteo.
   «Hai ragione. Ci sento in tutto il sapore che hanno i banchetti in casa dei farisei, quando mi mangio pane con timore e carne con ira».
   Ridono tutti. Gesù sorride e tace.
 4 Sono alla fine del pasto. Sazi, soddisfatti di cibo e di calore, stanno, un poco imprigriti, intorno alla tavola. Parlano anche meno, alcuni sonnecchiano. Tommaso si diverte a disegnare col coltello un rametto di fiori sul legno del tavolo.
   Li scuote la voce di Gesù che, disserrando le braccia che teneva conserte sull'orlo del tavolo e sporgendo le mani come fa il sacerdote quando dice "Dominus vobiscum", dice: «Eppure bisogna andare!».
   «Dove, Maestro? Da quello delle pecore?», chiede Pietro.
   «No, Simone. Da Lazzaro. Torniamo in Giudea».
   «Maestro, ricordati che i giudei ti odiano!», esclama Pietro.
   «Volevano lapidarti or non è molto», dice Giacomo d'Alfeo.
   «Ma, Maestro, questa è un'imprudenza!», esclama Matteo.
   «Non ti importa di noi?», chiede l'Iscariota.
   «Oh! Maestro e fratello mio, io te ne scongiuro in nome di tua Madre, e in nome anche della Divinità che è in Te, non permettere che i satana mettano le mani sulla tua persona, a strozza della tua parola. Sei solo, troppo solo contro tutto un mondo che ti odia e che è, sulla Terra, potente», dice il Taddeo.
   «Maestro, tutela la tua vita! Che sarebbe di me, di tutti, se non ti avessimo più?». Giovanni, sconvolto, lo guarda con occhi dilatati di bambino spaventato e addolorato.
   Pietro, dopo la prima esclamazione, si è voltato a parlare concitatamente con i più anziani e con Tommaso e Giacomo di Zebedeo. Sono tutti del parere che Gesù non deve tornare presso Gerusalemme, almeno fintanto che il tempo pasquale non faccia più sicura la permanenza colà, perché, dicono, la presenza di un numero stragrande di seguaci del Maestro, venuti per le feste pasquali da ogni parte della Palestina, sarà una difesa per il Maestro. Nessuno di quelli che lo odiano oserà toccarlo quando tutto un popolo sarà stretto intorno a Lui con amore… E glielo dicono, affannosamente, quasi prepotentemente… L'amore li fa parlare.
 5 «Pace! Pace! Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte inciampa perché non ci vede. Io so quello che mi faccio, perché la Luce è in Me. Voi lasciatevi guidare da chi ci vede. E poi sappiate che, sinché non è l'ora delle tenebre, nulla di tenebroso potrà avvenire. Quando poi sarà quell'ora, nessuna lontananza e nessuna forza, neppure le armate di Cesare, potranno salvarmi dai giudei. Poiché ciò che è scritto deve avvenire, e le forze del male già operano in occulto per compiere la loro opera. Perciò lasciatemi fare. E fare del bene sinché sono libero di farlo. Verrà l'ora in cui non potrò più muovere un dito né dire una parola per operare il miracolo. Il mondo sarà vuoto della mia forza. Ora tremenda di castigo per l'uomo. Non per Me. Per l'uomo che non mi avrà voluto amare. Ora che si ripeterà, per volontà dell'uomo che avrà respinto la Divinità sino a far di sé un senza Dio, un seguace di Satana e del suo figlio maledetto. Ora che verrà quando sarà prossima la fine di questo mondo. La non-fede imperante renderà nulla la mia potenza di miracolo. Non perché Io la possa perdere. Ma perché il miracolo non può essere concesso là dove non è fede e volontà di ottenerlo, là dove del miracolo si farebbe un oggetto di scherno e uno strumento di male, usando il bene avuto per fare un maggior male. Ora posso ancora fare il miracolo, e farlo per dare gloria a Dio.
 6 Andiamo, dunque, dal nostro amico Lazzaro che dorme. Andiamo a svegliarlo da questo sonno, perché sia fresco e pronto a servire il suo Maestro».
   «Ma se dorme è bene. Finirà di guarire. Il sonno è già un rimedio. Perché svegliarlo?», gli osservano.
   «Lazzaro è morto. Ho atteso che fosse morto per andare là, non per le sorelle e per lui. Ma per voi. Perché crediate. Perché cresciate nella fede. Andiamo da Lazzaro».
   «E va bene! Andiamo pure! Moriremo tutti come è morto lui e come Tu vuoi morire», dice Tommaso rassegnato fatalista.
   «Tommaso, Tommaso, e voi tutti che nell'interno avete critiche e brontolii, sappiate che chi vuol seguire Me deve avere per la sua vita la stessa cura che ha l'uccello per la nuvola che passa. Lasciarla passare a seconda che il vento la porta. Il vento è la volontà di Dio, il quale può darvi o levarvi la vita a suo piacere, né voi ve ne avete a rammaricare, come non se ne rammarica l'uccello della nube che passa, ma canta ugualmente, sicuro che dopo tornerà il sereno. Perché la nuvola è l'incidente, il cielo è la realtà. Il cielo resta sempre azzurro anche se le nuvole sembrano farlo grigio. È e resta azzurro oltre le nubi. Così è della Vita vera. È e resta, anche se la vita umana cade. Chi vuole seguirmi non deve conoscere ansia della vita e paura per la vita. Vi mostrerò come si conquista il Cielo. Ma come potrete imitarmi se avete paura di venire in Giudea, voi a cui nulla sarà fatto di male, ora? Avete scrupolo a mostrarvi con Me? Siete liberi di abbandonarmi. Ma, se volete restare, dovete imparare a sfidare il mondo con le sue critiche, le sue insidie, le sue derisioni, i suoi tormenti, per conquistare il Regno mio.
 7 Andiamo, dunque, a trarre da morte Lazzaro che dorme da due giorni nel sepolcro, essendo morto la sera che venne qui il servo da Betania. Domani all'ora di sesta, dopo aver licenziato chi attende il domani per avere da Me ristoro e premio alla sua fede, partiremo di qui e passeremo il fiume, sostando la notte in casa di Niche. Poi all'aurora partiremo per Betania, facendo la strada che passa per Ensemes. Saremo a Betania avanti sesta. E vi sarà molta gente. Ed i cuori resteranno scossi. L'ho promesso e lo mantengo…».
   «A chi, Signore?», chiede quasi timoroso Giacomo d'Alfeo.
   «A chi mi odia e a chi mi ama, ambedue in maniera assoluta. Non ricordate la disputa[105] a Cédès con gli scribi? Potevano ancora dirmi mendace per avere risuscitato una fanciulla appena morta e uno morto da un giorno. Hanno detto: "Ancor non hai saputo ricomporre uno sfatto". Infatti soltanto Iddio può dal fango trarre un uomo e dalla putredine rifare un corpo intatto e vivente. Ebbene, Io lo farò. Alla luna di casleu, alle sponde del Giordano, ho ricordato Io stesso agli scribi questa sfida e ho detto: "Alla nuova luna si compirà". Questo per chi mi odia. Alle sorelle, poi, che mi amano in maniera assoluta, ho promesso di premiare la loro fede se esse avessero continuato a sperare contro il credibile. Le ho molto provate e molto afflitte, e Io solo conosco le sofferenze dei loro cuori in questi giorni e il loro perfetto amore. In verità vi dico che meritano gran premio perché, più che del non vedere risorto il fratello, si angosciano che Io possa essere schernito. Vi parevo assorto, stanco e triste. Ero presso di loro col mio spirito e sentivo i loro gemiti e numeravo le loro lacrime. Povere sorelle! Ora Io ardo di ricondurre un giusto sulla Terra, un fratello fra le braccia delle sorelle, un discepolo fra i miei discepoli. Tu piangi, Simone? Sì. Tu e Io siamo i più grandi amici di Lazzaro, e nel tuo pianto è il dolore per il dolore di Marta e Maria e l'agonia dell'amico, ma è anche già la gioia di saperlo presto reso al nostro amore.
 8 Alziamoci, per preparare le sacche e andare al riposo per alzarci all'alba e riordinare qui dove… non è sicuro il ritorno. Bisognerà distribuire ai poveri quanto abbiamo e dire ai più attivi di trattenere i pellegrini dal cercarmi sinché non sarò in altro luogo sicuro. Bisognerà ancora dire loro di avvisare i discepoli che mi cerchino presso Lazzaro. Tante cose da fare. Saranno tutte fatte prima che giungano i pellegrini… Su. Spegnete il fuoco e accendete i lumi e ognuno vada a fare ciò che deve e al riposo. La pace a voi tutti».
   Si alza. Benedice e si ritira nella sua stanzetta…
   «È morto da più giorni!», dice lo Zelote.
   «Questo è un miracolo!», esclama Tommaso.
   «Voglio vedere cosa trovano poi per dubitare!», dice Andrea.
   «Ma quando è venuto il servo?», chiede Giuda Iscariota.
   «La sera avanti il venerdì», risponde Pietro.
   «Sì? E perché non lo hai detto?», chiede ancora l'Iscariota.
   «Perché il Maestro mi aveva detto di tacere», ribatte Pietro.
   «Dunque… quando noi si arriva là… sarà da quattro dì nel sepolcro?».
   «Certo, eh! Sera di venerdì un giorno, sera del sabato due giorni, questa sera tre giorni, domani quattro… Quattro dì e mezzo, dunque… Potenza eterna! Ma sarà già in pezzi!», dice Matteo.
   «Sarà già in pezzi… Voglio vedere anche questo e poi…».
   «Che, Simon Pietro?», chiede Giacomo d'Alfeo.
   «E poi, se Israele non si converte, neppure Jeovè fra i fulmini lo può convertire».
   Se ne vanno parlando così.

 

   Cap. DXLVIII. La risurrezione di Lazzaro.

   26 dicembre 1946.
 
 1 Gesù viene verso Betania da Ensemes. Devono aver fatto una marcia veramente faticosa su per i sentieri rompicollo dei monti Adomin. Gli apostoli, sfiatati, stentano a seguire Gesù che va rapidamente, come l'amore lo portasse sulle sue ali di fuoco. Gesù ha un sorriso radioso mentre procede avanti a tutti, a testa alta sotto i raggi tiepidi del sole meridiano.
   Prima che giungano alle prime case di Betania, lo vede un ragazzetto scalzo che va verso la fonte presso il paese con una brocca di rame vuota. Dà un grido. Posa la brocca in terra e via di corsa, con tutta la velocità delle sue gambette, verso l'interno del paese.
   «Certo va ad avvisare che Tu giungi», osserva Giuda Taddeo dopo aver sorriso come tutti della risoluzione… energica del ragazzino, che ha abbandonato anche la sua brocca alla mercé del primo che passa.
  2 La cittadina, vista così da presso la fonte, che è un poco più in alto del paese, appare quieta, come deserta. Solo il fumo bigio che si alza dai camini indica che nelle case sono le donne intente a preparare il pasto meridiano, e qualche grossa voce di uomo fra gli ulivi e i frutteti vasti e silenziosi avverte che gli uomini sono al lavoro. Ciononostante, Gesù preferisce prendere una viottola che passa alle spalle del paese per poter giungere da Lazzaro senza attirare l'attenzione dei cittadini.
   Sono quasi a mezzo tragitto quando si sentono alle spalle il ragazzetto di prima, che li sorpassa correndo e poi si punta in mezzo alla via a guardare Gesù, pensieroso…
   «La pace a te, piccolo Marco. Hai avuto paura di Me che sei fuggito?», chiede Gesù carezzandolo.
   «Io no, Signore, che non ho avuto paura. Ma siccome per molti giorni Marta e Maria hanno mandato servi sulle strade che vengono qui a vedere se venivi, ora che ti ho visto sono corso per dire che venivi…».
   «Hai fatto bene. Le sorelle si prepareranno il cuore a vedermi».
   «No, Signore. Le sorelle non si prepareranno nulla perché non sanno nulla. Non hanno voluto che lo dicessi. Mi hanno preso quando ho detto, entrando nel giardino: "C'è il Rabbi", e mi hanno cacciato fuori dicendo: "Sei un bugiardo o uno stolto. Egli ormai non viene più perché ormai è certo che non può più fare il miracolo". E perché io dicevo che eri proprio Tu, mi hanno dato due schiaffoni come ancora non ne avevo presi mai… Guarda qui che guance rosse. Mi bruciano! E mi hanno spinto via dicendo: "Questo per purificarti di aver guardato un demonio". E io ti guardavo per vedere se eri diventato un demonio. Ma non lo vedo… Sei sempre il mio Gesù, bello come gli angeli che la mamma mi dice».
   Gesù si china a baciarlo sulle gotine schiaffeggiate dicendo: «Così ti passa il pizzicore. Ne ho dolore che per Me tu abbia sofferto…».
   «Io no, Signore, perché quegli schiaffi mi hanno fatto dare due baci da Te», e gli si attacca alle gambe sperandone altri.
   «Di' un po', Marco. Chi è che ti ha cacciato? Quei di Lazzaro?», chiede il Taddeo.
   «No. I giudei. Vengono per il cordoglio tutti i giorni. Sono tanti! Sono in casa e nel giardino. Vengono presto, vanno via tardi. Sembrano i padroni loro. Maltrattano tutti. Vedi che non c'è nessuno per le vie? I primi giorni si stava a vedere… ma poi… Ora solo noi bambini si gira per… Oh! la mia brocca! La mamma che aspetta l'acqua… Ora mi picchierà anche lei!…».
   Sorridono tutti della sua desolazione davanti alla prospettiva di altri schiaffi, e Gesù dice: «Vai allora svelto…».
   «È che… volevo entrare con Te e vederti fare il miracolo…», e termina: «…e vedere le loro facce… per vendicarmi degli schiaf­fi…».
   «Questo no. Non devi desiderare vendetta. Essere buono e perdonare devi… Ma la mamma aspetta l'acqua…».
   «Vado io, Maestro. So dove sta Marco. Spiegherò alla donna e ti raggiungerò…», dice Giacomo di Zebedeo correndo via.
   Si rimettono in cammino lentamente e Gesù tiene per mano il bambino gongolante…
 3 Eccoli alla cancellata del giardino. La costeggiano. Molte cavalcature stanno legate ad essa, sorvegliate dai servi dei singoli proprietari. Il bisbiglio che si leva da essi attira l'attenzione di qualche giudeo, che si volge verso il cancello aperto proprio nel momento che Gesù pone piede sul limitare del giardino.
   «Il Maestro!», dicono i primi che lo vedono, e questa parola scorre come un fruscio di vento da gruppo a gruppo, si propaga, va come un'onda, venuta da lontano a spezzarsi sulla riva, sin contro i muri della casa e vi penetra, certo portata dai molti giudei presenti, o da qualche fariseo, rabbi o scriba o sadduceo, sparsi qua e là.
   Gesù si inoltra molto lentamente mentre tutti, pur accorrendo da ogni parte, si scansano dal viale sul quale Egli cammina. E dato che nessuno lo saluta, Egli non saluta nessuno, come neppure conoscesse molti dei lì radunati a guardarlo con l'ira e l'odio negli sguardi, meno i pochi che, essendogli discepoli occulti, o per lo meno essendo di retto cuore anche se non lo amano come Messia, lo rispettano come un giusto. E questi sono Giuseppe, Nicodemo, Giovanni, Eleazaro, l'altro Giovanni scriba, visto per la moltiplicazione dei pani, e l'altro Giovanni ancora, che sfamò i discesi dal monte delle beatitudini, Gamaliele col figlio suo, Giosuè, Gioacchino, Mannaen, lo scriba Gioele di Abia, incontrato al Giordano nell'episodio di Sabea, Giuseppe Barnaba discepolo di Gamaliele, Cusa che guarda Gesù da lontano, un poco intimidito di rivederlo dopo lo sbaglio fatto, o forse preso dal rispetto umano che lo trattiene dal farsi avanti come amico. Certo è che né gli amici, o osservatori senz'astio, né i nemici salutano. E Gesù non saluta. Si è limitato ad un generico inchino mettendo piede sul viale. Poi ha proceduto diritto, come estraneo alla molta folla che ha d'intorno. Il ragazzetto gli cammina sempre al fianco nelle sue vesti di contadinello e coi piedini scalzi di bimbo povero, ma col viso luminoso di chi è in festa, gli occhietti neri, vispi, ben aperti a tutto vedere… e a sfidare tutti…
 4 Marta esce dalla casa fra un gruppo di giudei visitatori, fra i quali sono mescolati Elchia e Sadoc. Si fa solecchio con la mano per aiutare gli occhi stanchi di pianto, ai quali è penosa la luce, a vedere dove è Gesù. Lo vede. Si stacca da chi l'accompagna e corre verso Gesù, che è a pochi passi dalla vasca che brilla di bagliori, colpita come è dal sole. Si getta ai piedi di Gesù dopo il primo inchino e glieli bacia, mentre dice fra un grande scoppio di pianto: «La pace a te, Maestro!».
   Anche Gesù le ha detto, non appena l'ha vista vicina: «La pace a te!», ed ha alzato la mano a benedire lasciando andare quella del bambino, che viene preso per mano da Bartolomeo e tirato un poco indietro.
   Marta prosegue: «Ma pace per la tua serva non c'è più». Alza il viso verso Gesù stando ancora in ginocchio e con un grido di dolore, che si sente bene nel silenzio che si è fatto, esclama: «Lazzaro è morto! Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro?». Ha un involontario tono di rimprovero nel fare questa domanda. Poi torna al tono accasciato di chi non ha più forza per rimproverare e ha l'unico conforto del poter ricordare gli ultimi atti e desideri di un parente, al quale si è cercato di dare ciò che desiderava, e non c'è rimorso perciò in cuore: «Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro!… Ora vedi! Io sono dolente e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavamo! Speravamo tutto da Te!…».
   Un mormorio di compassione per la donna e di rimprovero per Gesù, un assentire al sottinteso pensiero: «e potevi esaudirci, perché noi lo meritiamo per l'amore che abbiamo per Te, e Tu invece ci hai delusi», scorre da gruppo a gruppo fra scuotii di teste o sguardi derisori. Solo i pochi occulti discepoli sparsi fra la folla presente hanno sguardi di compassione per Gesù che ascolta, molto pallido e mesto, la dolente che gli parla. Gamaliele, le braccia conserte al petto nella sua ampia e ricca veste di lana finissima ornata di fiocchi azzurri, un poco in disparte fra un gruppo di giovani in cui è suo figlio e Giuseppe Barnaba, guarda fissamente Gesù, senza odio e senza amore.
   Marta, dopo essersi asciugata il volto, riprende a parlare: «Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa». Una dolorosa, eroica professione di fede, detta con la voce che trema di pianto, con l'ansia che trema nello sguardo, con l'ultima speranza che trema nel cuore.
   «Tuo fratello risorgerà. Alzati, Marta».
   Marta si alza, rimanendo curva in venerazione davanti a Gesù al quale risponde: «Lo so, Maestro. Egli risorgerà all'ultimo giorno».
   «Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto, vivrà. E chi crede e vive in Me non morrà in eterno. Credi tu tutto questo?». Gesù, che prima aveva parlato con voce piuttosto bassa, unicamente a Marta, per dire queste frasi in cui proclama la sua potenza di Dio alza la voce, e il perfetto timbro di essa echeggia come uno squillo d'oro nel vasto giardino. Un fremito quasi di spavento scuote gli astanti. Ma poi alcuni ghignano scuotendo il capo.
   Marta, alla quale Gesù pare volere trasfondere speranza sempre più forte tenendole la mano appoggiata sulla spalla, alza il viso che teneva curvo. Lo alza verso Gesù fissando i suoi occhi addolorati nelle luminose pupille di Cristo e, stringendo le mani sul petto con un'ansia diversa, risponde: «Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto nel mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo.
 5 Ora vado ad avvertire Maria», e va via lesta scomparendo nella casa.
   Gesù resta dove è. Ossia, fa qualche passo avanti e si accosta all'aiuola che circonda la vasca, aiuola tutta imbrillantata, da quel lato, dal pulviscolo acqueo dello zampillo, che un lieve vento fa inclinare, come fosse un piumetto d'argento, verso quel lato; e pare perdersi, Gesù, nel contemplare i guizzi dei pesci sotto il velo dell'acqua limpida, i loro giuochi che mettono virgole d'argento e riflessi d'oro nel cristallo delle acque percosse dal sole.
   I giudei lo osservano. Si sono involontariamente separati in gruppi ben distinti. Da un lato, di fronte a Gesù, tutti quelli che gli sono nemici, divisi solitamente fra loro per spirito settario, ora concordi per osteggiare Gesù. Al suo fianco, dietro gli apostoli, ai quali si è riunito Giacomo di Zebedeo, Giuseppe, Nicodemo e gli altri di spirito benevolo. Più là, Gamaliele, sempre al suo posto e nella stessa posa, e solo, perché il figlio e i discepoli si sono separati da lui dividendosi fra i due gruppi principali per essere più vicini a Gesù.
 6 Col suo grido abituale: «Rabboni!», Maria esce dalla casa correndo a braccia tese verso Gesù e gettandoglisi ai piedi, che bacia singhiozzando forte. Diversi giudei, che erano in casa con lei e che l'hanno seguita, uniscono i loro pianti, di dubbia sincerità, a quelli di lei. Anche Massimino, Marcella, Sara, Noemi hanno seguito Maria e così tutti i servi, e i lamenti sono forti e alti. Io credo che nella casa non sia rimasto nessuno. Marta, vedendo piangere così Maria, piange forte lei pure.
   «La pace a te, Maria. Alzati! Guardami! Perché questo pianto simile a quello di chi non ha speranza?». Gesù si curva per dire piano queste parole, gli occhi negli occhi di Maria, che stando in ginocchio, rilassata sui calcagni, tende a Lui le mani in gesto di invocazione e non può parlare tanto è il suo singhiozzare. «Non ti ho detto di sperare oltre il credibile per vedere la gloria di Dio? È forse mutato il tuo Maestro per aver ragione di angosciarsi così?».
   Ma Maria non raccoglie le parole, che la vogliono già preparare alla gioia troppo forte dopo tanta angoscia, e grida, finalmente padrona della sua voce: «Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato! Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Io dovevo mostrargli ancora che lo amavo. Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l'ho angustiato il fratello mio! E ora! Ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto! Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù! Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!», e si riabbatte, la fronte sui piedi di Gesù, che vengono di nuovo lavati dal pianto di Maria, e geme: «Perché hai fatto questo, o Signore?! Anche per quei che ti odiano e che godono di quanto avviene… Perché hai fatto questo, Gesù?!». Ma non è rimprovero nel tono di Maria come lo ha avuto Marta, ma ha solo l'angoscia di chi, oltre il suo dolore di sorella, ha anche quello di discepola che sente sminuito nel cuore di molti il concetto sul suo Maestro.
   Gesù, molto curvo per raccogliere queste parole mormorate con la faccia al suolo, si rialza e dice forte: «Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell'amico fedele… per averlo dovuto lasciar morire».
   Oh! che sogghigno e che sguardi di livido giubilo sono sui volti dei nemici di Cristo! Lo sentono vinto e gioiscono, mentre gli amici si fanno sempre più tristi.
   Gesù dice ancor più forte: «Ma Io ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che Io ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni.
 7 Andiamo da Lazzaro. Dove lo avete posto?». Gesù, più che Maria e Marta, che non parlano, prese come sono da un pianto più forte, interroga tutti gli altri, specie quelli che, usciti di casa con Maria, sembrano i più turbati. Forse sono parenti più anziani, non so.
   E questi rispondono a Gesù, visibilmente afflitto: «Vieni e vedi», e si avviano verso il luogo del sepolcro che è ai termini del frutteto, là dove il suolo ha delle ondulazioni e delle vene di roccia calcarea che affiorano dal suolo.
   Marta, al fianco di Gesù che ha forzato Maria ad alzarsi e che la guida, perché essa è accecata dal gran pianto, indica con la mano a Gesù dove è Lazzaro, e quando sono presso al luogo dice anche: «È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto», e accenna alla pietra posta obliquamente sulla bocca del sepolcro.
   Gesù, per andare là, seguito da tutti, è dovuto passare davanti a Gamaliele. Ma né Lui né Gamaliele si sono salutati. Gamaliele si è poi unito agli altri, fermandosi, come tutti i più rigidi farisei, a qualche metro dal sepolcro, mentre Gesù va avanti, molto vicino ad esso, insieme alle sorelle, Massimino e quelli che forse sono i parenti. Gesù contempla la pesante pietra, che fa da porta al sepolcro e da ostacolo pesante fra Lui e l'amico estinto, e piange. Il pianto delle sorelle aumenta, e così quello degli intimi e famigliari.
 8 «Levate quella pietra», grida Gesù ad un tratto, dopo aver asciugato il suo pianto.
   Tutti hanno un movimento di stupore, e un mormorio scorre per l'assembramento, che si è aumentato di alcuni betaniti che sono entrati nel giardino e si sono accodati agli ospiti. Vedo alcuni farisei che si toccano la fronte scuotendo il capo come per dire: «È pazzo!».
   Nessuno eseguisce l'ordine. Anche nei più fedeli vi è della titubanza, della ripulsione a farlo. Gesù ripete più forte il suo ordine, facendo sbigottire più ancora la gente che, presa da due sentimenti opposti, ha un movimento come per fuggire e, subito dopo, uno di accostarsi di più per vedere, sfidando il prossimo fetore del sepolcro che Gesù vuole aperto.
   «Maestro, non è possibile», dice Marta sforzandosi di trattenere il pianto per parlare. «Già da quattro giorni è là sotto. E Tu sai di che male è morto! Solo il nostro amore lo poteva curare… Ora certo egli puzza già fortemente nonostante gli unguenti… Che vuoi vedere? La sua putredine?… Non si può… anche per l'impurità della corruzione e…».
   «Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!». È un grido di volere divino…
   Un «oh!» sommesso esce da tutti i petti. I volti sbiadiscono. Qualcuno trema come se fosse passato su tutti un vento gelido di morte.
   Marta fa un cenno a Massimino, e questo ordina ai servi di prendere gli arnesi atti a smuovere la pietra pesante.
   I servi vanno via lesti per tornare con picconi e leve robuste. E lavorano, insinuando le punte dei picconi lucenti fra la roccia e la pietra, e poscia sostituendo i picconi con le leve robuste, e infine sollevando attenti la pietra facendola scivolare da un lato e strascicandola poi cautamente contro la parete rocciosa. Un fetore ammorbante esce dal cunicolo oscuro, facendo arretrare tutti.
   Marta chiede sottovoce: «Maestro, vuoi scendere là? Se sì, occorrono torce…». Ma è livida al pensiero di doverlo fare.
 9 Gesù non le risponde. Alza gli occhi al cielo, apre le braccia a croce e prega con voce fortissima, scandendo le parole: «Padre! Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l'ho detto per questi che sono qui presenti, per il popolo che mi circonda, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato!».
   Resta ancora così qualche momento, e pare rapito in una estasi tanto è trasfigurato, mentre senza più suono dice altre segrete parole di preghiera o di adorazione. Non so. Quello che so è che è così trasumanato che non lo si può guardare senza sentirsi tremare il cuore in petto. Sembra farsi, da corpo, luce, spiritualizzarsi, alzarsi di statura e anche da terra. Pur conservando i suoi colori di capelli, occhi, pelle, vesti, non come durante la trasfigurazione del Tabor, durante la quale tutto divenne luce e candore abbagliante, pare emanare luce e tutto di Lui divenire luce. La luce pare fargli un alone intorno, specie intorno al volto levato al cielo, rapito in contemplazione certo del Padre.
   Sta così qualche tempo, poi torna Lui, l'Uomo, ma di una maestà potente. Si avanza sino alla soglia del sepolcro. Sposta le braccia — che sino a quel momento aveva tenuto aperte a croce, a palme volte al cielo — in avanti, a palme verso terra, e le mani sono perciò già dentro al cunicolo del sepolcro e biancheggiano nella nerezza che colma il cunicolo. Egli sprofonda il fuoco azzurro dei suoi occhi, il cui bagliore di miracolo è oggi insostenibile, in quella nerezza muta, e con voce potente, con un grido più forte di quando sul lago comandò al vento di cadere, con una voce quale in nessun miracolo gli ho sentito, grida: «Lazzaro! Vieni fuori!». La voce si ripercuote per eco nel cavo sepolcrale e si spande uscendone poi per tutto il giardino, si ripercuote contro i dislivelli delle ondulazioni di Betania, io credo che vada sino alle prime balze collinose oltre i campi e di là torni, ripetuta e sommessa, come comando che non può cadere. Certo è che da infinite parti si riode: «fuori! fuori! fuori!».
   Tutti hanno un più intenso brivido e, se la curiosità inchioda tutti ai loro posti, i volti sbiancano e gli occhi si spalancano, mentre le bocche si socchiudono involontariamente, con l'urlo dello stupore già nella strozza.
   Marta, un poco indietro e di fianco, è come affascinata a guardare Gesù. Maria cade in ginocchio, lei che non si è mai scostata dal suo Maestro, cade in ginocchio sul limitare del sepolcro, una mano sul petto a frenare i palpiti del cuore, l'altra che inconsciamente e convulsamente tiene un lembo del mantello di Gesù, e si capisce che trema perché il mantello ha lievi scosse impresse dalla mano che lo tiene.
 10Un che di bianco pare emergere dal fondo profondo del cunicolo. Prima è appena una piccola linea convessa, poi si muta in un che di ovale, poi all'ovale si sottopongono linee più ampie, più lunghe, sempre più lunghe. E il già morto, stretto nelle sue fasce, viene avanti lentamente, sempre più visibile, fantomatico, impressionante.
   Gesù arretra, arretra, insensibilmente ma continuamente, più quello avanza. La distanza fra i due è perciò sempre uguale.
   Maria è costretta a lasciare il lembo del manto, ma non si muove da dove è. La gioia, l'emozione, tutto, l'inchiodano al posto dove era.
   Un «oh!» sempre più netto esce dalle gole chiuse prima da uno spasimo di attesa, da sussurro appena distinto si muta in voce, da voce in un grido potente.
   Lazzaro è ormai sul limitare e si ferma là rigido, muto, simile ad una statua di gesso appena sbozzata, perciò informe, una lunga cosa, sottile nel capo, sottile nelle gambe, più larga nel tronco, macabra come la morte stessa, spettrale nel biancore delle fasce contro lo sfondo scuro del sepolcro. Al sole che lo investe, le fasce appaiono qua e là già colanti putredine.
   Gesù grida forte: «Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo».
   «Maestro!…», dice Marta e vorrebbe forse dire di più, ma Gesù la guarda fisso, soggiogandola col suo fulgido sguardo, e dice: «Qui! Subito! Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare». Ordina, e non si volge mai a guardare chi ha alle spalle e intorno. Il suo occhio guarda soltanto Lazzaro, Maria che è vicina al risorto, incurante del ribrezzo che dànno a tutti le bende marciose, e Marta che ansima come le scoppiasse il cuore e non sa se gridare la sua gioia o se piangere…
 11I servi si affrettano ad eseguire. Noemi corre via per prima, e per prima torna con le vesti che tiene a cavalcioni del braccio. Alcuni slegano i lacci delle fasce dopo essersi rimboccate le maniche e cinte le vesti perché non tocchino la putredine colante. Marcella e Sara tornano con anfore di odori, seguite da servi, chi con catini e brocche fumanti d'acque calde e chi con vassoi, tazze colme di latte, e vino, frutta, focacce coperte di miele.
   Le bende basse e lunghissime, di lino, mi pare, con le cimosse ai due lati, certo tessute per quell'uso, si srotolano come rotoli di fettucce da una grande bobina e si accumulano al suolo, pesanti di aromi e di marciume. I servi le scansano usando dei bastoni. Hanno iniziato dal capo, eppure anche là è marciume, certo scolato dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Il sudario messo sul volto è tutto zuppo di questi scoli e il volto di Lazzaro, che appare pallidissimo, scheletrito, con gli occhi tenuti chiusi dalle manteche messe nelle orbite, coi capelli appiccicati e così pure la barbetta rada sul mento, ne è bruttato. Cade lentamente il lenzuolo, la sindone messa intorno al corpo, man mano che le bende scendono, scendono, scendono, liberando il tronco che avevano costretto per dei giorni e rendendo forma umana a ciò che prima avevano reso simile ad una grande crisalide. Le spalle ossute, le braccia scheletrite, le coste appena coperte di pelle, il ventre infossato appaiono lentamente. E man mano che le bende cadono, le sorelle, Massimino, i servi, si affannano a levare il primo strato di sudiciume e di balsami, e insistono sinché, con acque sempre mutate e rese detergenti dagli aromi aggiunti alle acque, la pelle non appare netta.
 12Lazzaro, quando gli liberano il volto e può guardare, dirige il suo sguardo a Gesù prima ancora che alle sorelle, e si smemora e astrae da tutto ciò che avviene nel guardare, con un sorriso d'amore sulle labbra pallide e un luccichio di pianto nelle occhiaie fonde, il suo Gesù. Anche Gesù gli sorride ed ha una lucentezza di pianto nell'angolo dell'occhio, ma senza parlare dirige lo sguardo di Lazzaro al cielo, e Lazzaro comprende e muove le labbra in una silenziosa preghiera.
   Marta crede che voglia dire qualcosa e ancor non abbia voce e chiede: «Che mi dici, Lazzaro mio?».
   «Nulla, Marta. Ringraziavo l'Altissimo». La pronuncia è sicura, forte la voce. La gente ha un nuovo «oh!» di stupore.
   Ormai lo hanno liberato sino ai fianchi, liberato e pulito. E possono rivestirlo della tunica corta, una specie di camiciola che supera l'inguine ricadendo sulle cosce.
   Lo fanno sedere per slegargli e lavargli le gambe. Come esse appaiono, Marta e Maria gridano forte accennando le gambe e le fasce. E, se sulle fasce strette alle gambe e sulla sindone posta sotto le fasce gli scoli putridi sono tanto abbondanti da far rivoli sulle tele, le gambe appaiono cicatrizzate affatto. Solo le cicatrici rosso-cianotiche sono a indicare dove erano le cancrene.
   La gente, tutta, grida più forte di stupore; Gesù sorride, e sorride Lazzaro che si guarda per un attimo le gambe guarite, e poi si torna ad astrarre guardando Gesù. Pare che non si possa saziare di vederlo. I giudei, farisei, sadducei, scribi, rabbi, si fanno avanti, cauti per non contaminarsi le vesti. Guardano ben da vicino Lazzaro. Guardano ben da vicino Gesù. Ma né Lazzaro né Gesù si occupano di loro. Si guardano. E tutto il resto è nulla.
 13Ecco che vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza in piedi, agile, sicuro. Prende la veste che Marta gli porge, da sé se l'infila, si lega la cintura, si aggiusta le pieghe. Eccolo, magro e pallido, ma uguale a tutti. Si lava ancora le mani e le braccia sino al gomito, rimboccandosi le maniche. E poi, con nuova acqua, di nuovo il volto e il capo, sinché non si sente affatto netto. Si asciuga capelli e volto, rende l'asciugatoio al servo e va diritto da Gesù. Si prostra. Gli bacia i piedi.
   Gesù si curva, lo rialza, lo stringe al cuore dicendogli: «Ben tornato, amico mio. La pace sia teco e la gioia. Vivi per compiere la tua felice sorte. Alza il tuo volto, che Io ti dia il bacio di saluto». E lo bacia, ricambiato da Lazzaro, sulle guance.
   Soltanto dopo aver venerato e baciato il Maestro, Lazzaro parla alle sorelle e le bacia, e poi bacia Massimino e Noemi che piangono di gioia, e alcuni di quelli che credo siano imparentati con la casa o amici intimissimi. Poi bacia Giuseppe, Nicodemo, Simone Zelote e qualche altro.
   Gesù va personalmente da un servo, che ha sulle braccia un vassoio con del cibo, e prende una focaccia con del miele, una mela, una coppa di vino e le offre a Lazzaro, dopo averle offerte e benedette, perché se ne ristori. E Lazzaro mangia col sano appetito di uno che sta bene. Tutti hanno ancora un «oh!» di stupore.
 14Gesù sembra che non veda che Lazzaro, ma in realtà osserva tutto e tutti, e vedendo che con gesti d'ira Sadoc con Elchia, Canania, Felice, Doras e Cornelio e altri stanno per allontanarsi, dice forte: «Attendi un momento, o Sadoc. Devo dirti una parola. A te e ai tuoi». Quelli si fermano con un ceffo da delinquenti. Giuseppe d'Arimatea ha un atto di sgomento e fa cenno allo Zelote di trattenere Gesù.
 Ma Egli sta già andando verso il gruppo astioso e già dice forte: «Ti basta, o Sadoc, quanto hai visto? Mi hai detto un giorno che per credere avevi bisogno, tu e i tuoi uguali, di vedere ricomporsi un morto disfatto in sanità. Sei sazio della putredine vista? Sei capace di confessare che Lazzaro era morto e che ora è vivo e sano come non era da anni? Lo so. Voi siete venuti qui a tentare costoro, a mettere in loro maggior dolore e il dubbio. Voi siete venuti qui a cercarmi, sperando trovarmi nascosto nella stanza del morente. Voi siete venuti qui non per sentimento di amore e desiderio di onorare l'estinto, ma per assicurarvi che Lazzaro era realmente morto, e avete continuato a venire giubilando sempre più, più il tempo passava. Se le cose fossero andate come speravate, come ormai credevate che andassero, avreste avuto ragione di giubilare. L'Amico che guarisce tutti, ma non guarisce l'amico. Il Maestro che premia tutte le fedi, ma non quelle dei suoi amici di Betania. Il Messia impotente davanti alla realtà di una morte. Questo era ciò che vi dava ragione di giubilare. Ma ecco. Dio vi ha risposto. Nessun profeta ha mai potuto riunire ciò che era sfatto, oltre che morto. Dio lo ha fatto. Ecco là la testimonianza viva di ciò che Io sono. Un giorno fu che Dio prese del fango e ne fece una forma e vi alitò lo spirito vitale e l'uomo fu. Io ero a dire: "Si faccia l'uomo a nostra immagine e somiglianza". Perché Io sono il Verbo del Padre. Oggi, Io, Verbo, ho detto a ciò che è ancor meno del fango, alla corruzione: "Vivi", e la corruzione si è tornata a comporre in carne, e in carne integra, viva, palpitante. Eccola là che vi guarda. E alla carne ho ricongiunto lo spirito giacente da giorni nel seno d'Abramo. L'ho richiamato col mio volere perché tutto Io posso, Io il Vivente, Io il Re dei re cui sono soggette tutte le creature e le cose. Or che mi rispondete?».
   È davanti a loro, alto, sfolgorante di maestà, veramente Giudice e Dio. Essi non rispondono.
   Egli incalza: «Non vi basta ancora per credere, per accettare l'ineluttabile?».
   «Non hai mantenuto che una parte della promessa. Questo non è il segno di Giona…», dice aspro Sadoc.
   «Avrete anche quello. L'ho promesso e lo mantengo», dice il Signore. «E un altro qui presente, che attende un altro segno, lo avrà. E poiché è un giusto, lo accetterà. Voi no. Voi rimarrete ciò che siete».
 15Fa un mezzo giro su Se stesso e vede Simone, il sinedrista figlio di Elianna. Lo fissa. Lo fissa. Lascia in asso quelli di prima e, giunto viso a viso con lui, gli dice, a voce bassa ma incisiva: «Buon per te che Lazzaro non ricordi il suo soggiorno fra i morti! Che ne hai fatto di tuo padre, o Caino?».
   Simone fugge con un grido di paura, che poi si muta in un urlo di maledizione: «Che Tu sia maledetto, o Nazareno!», al che Gesù risponde: «La tua maledizione sale al Cielo e dal Cielo l'Altissimo te la riscaglia. Sei segnato del marchio, o sciagurato!».
   Torna indietro fra i gruppi stupiti, spaventati quasi. Incontra Gamaliele che si dirige verso la via. Lo guarda, e Gamaliele guarda Lui. Gesù gli dice senza fermarsi: «Stai pronto, o rabbi. Il segno presto verrà. Non mento mai».
 16Il giardino si svuota lentamente. I giudei sono sbalorditi, ma i più sprizzano ira da ogni poro. Se gli sguardi potessero incenerire, Gesù sarebbe da molto polverizzato. Parlano, discutono fra loro, andandosene, così ormai sconvolti dalla sconfitta avuta da non saper più celare sotto una ipocrita apparenza di amicizia lo scopo della loro presenza qui. Se ne vanno senza salutare né Lazzaro né le sorelle.
   Restano indietro alcuni che sono conquistati al Signore dal miracolo. Fra questi è Giuseppe Barnaba, che si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo adora. Un altro è lo scriba Gioele di Abia, che fa la stessa cosa prima di partire a sua volta. E altri ancora che non conosco, ma che devono essere influenti.
   Lazzaro intanto, circondato dai suoi più intimi, si è ritirato in casa. Giuseppe, Nicodemo e gli altri buoni salutano Gesù e se ne vanno. Partono, con profondi saluti, i giudei che stavano presso Marta e Maria. I servi chiudono il cancello. La casa torna in pace.
 17Gesù si guarda intorno. Vede fumare e rosseggiare in fondo al giardino, là verso il sepolcro. Gesù, solo, ritto in mezzo ad un sentiero, dice: «La putredine che viene annullata dal fuoco… La putredine della morte… Ma quella dei cuori… di quei cuori nessun fuoco l'annullerà… Neppure il fuoco dell'Inferno. Sarà eterna… Che orrore!… Più della morte… Più della corruzione… E… Ma chi ti salverà, o Umanità, se tanto ami essere corrotta? Vuoi essere corrotta. E Io… Io ho strappato al sepolcro un uomo con una parola… E con un mare di parole… e uno di dolori non potrò strappare al peccato l'uomo, gli uomini, milioni di uomini». Si siede e si copre il volto con le mani, accasciato…
   Lo vede un servo che passa. Va in casa. Dopo poco esce di casa Maria. Va da Gesù, leggera come non toccasse il suolo. L'avvicina, dice piano: «Rabboni, sei stanco… Vieni, o mio Signore. I tuoi apostoli stanchi sono andati nell'altra casa, tutti meno Simone lo Zelote… Piangi, Maestro? Perché?…».
   Si inginocchia ai piedi di Gesù… l'osserva… Gesù la guarda. Non risponde. Si alza e si dirige verso la casa, seguito da Maria.
 18Entrano in una sala. Lazzaro non c'è, e non c'è lo Zelote. Ma Marta c'è, felice, trasfigurata di gioia. Si volge a Gesù spiegando: «Lazzaro è andato al bagno. Per purificarsi ancora. Oh! Maestro! Maestro! Che dirti?». Lo adora con tutta se stessa. Nota la tristezza di Gesù e dice: «Sei triste, Signore? Non sei felice che Lazzaro…». Le viene un sospetto: «Oh! Tu sei serio con me. Ho peccato. È vero».
   «Abbiamo peccato, sorella», dice Maria.
   «No. Tu no. Oh! Maestro, Maria non ha peccato. Maria ha saputo ubbidire. Io sola ho disubbidito. Io ti ho mandato a chiamare perché… perché non potevo più sentire che essi insinuassero che Tu non eri il Messia, il Signore… e non potevo più vedere quel soffrire… Lazzaro ti voleva tanto. Ti chiamava tanto… Perdonami, Gesù».
   «E tu non parli, Maria?», interroga Gesù.
   «Maestro… io… Io non ho sofferto allora altro che come donna. Soffrivo perché… Marta, giura, giura qui, davanti al Maestro, che mai, mai dirai a Lazzaro il suo delirio… Maestro mio… io ti ho conosciuto del tutto, o divina Misericordia, nelle ultime ore di Lazzaro. Oh! mio Dio! Ma come mi hai amata Tu, Tu che mi hai perdonata, Tu, Dio, Tu, Puro, Tu…, se mio fratello, che pur mi ama, che però è uomo, soltanto uomo, non ha in fondo al cuore perdonato tutto?! No. Dico male. Non ha dimenticato il mio passato e, quando la debolezza del morire ha ottuso in lui la sua bontà che io credevo dimenticanza del passato, egli ha urlato il suo dolore, il suo sdegno per me… Oh!…». Maria piange…
   «Non piangere, Maria. Dio ti ha perdonata e ha dimenticato. L'anima di Lazzaro pure ha perdonato e ha dimenticato, ha voluto dimenticare. L'uomo non ha potuto tutto dimenticare. E quando la carne ha dominato col suo spasimo estremo la volontà illanguidita, l'uomo ha parlato».
   «Non ne ho sdegno, Signore. Mi ha servito ad amarti di più e ad amare ancor più Lazzaro. È stato da quel momento però che io pure ti ho desiderato… perché era troppo angoscioso pensare Lazzaro morto senza pace per causa mia… e dopo, dopo, quando ti ho visto schernito dai giudei… quando ho visto che Tu non venivi neppur dopo la morte, neppur dopo che io ti avevo ubbidito sperando oltre il credibile, sperando fin quando il sepolcro si aprì a riceverlo, allora anche il mio spirito ha sofferto. Signore, se avevo da espiare, e certo lo avevo, io ho espiato, Signore…».
   «Povera Maria! Conosco il tuo cuore. Tu hai meritato il miracolo, e ciò ti affermi nel saper sperare e credere».
   «Mio Maestro, io spererò e crederò sempre ormai. Io non dubiterò più, mai più, Signore. Io vivrò di fede. Tu mi hai dato la capacità di credere l'incredibile».
   «E tu, Marta? Tu hai imparato? No. Non ancora. Sei la mia Marta. Ma non sei ancora la mia perfetta adoratrice. Perché agisci e non contempli? È più santo. Tu vedi? La tua forza, perché troppo volta a cose terrene, ha ceduto alla constatazione dei fatti terreni che sembrano talora senza rimedio. In verità non hanno rimedio le terrene cose se Dio non interviene. La creatura per questo ha bisogno di saper credere e contemplare. Di amare sino all'estremo delle forze di tutto l'uomo, con il pensiero, l'anima, la carne, il sangue; con tutte le forze dell'uomo, ripeto. Io ti voglio forte, Marta. Io ti voglio perfetta. Non hai saputo ubbidire perché non hai saputo credere e sperare completamente, e non hai saputo credere e sperare perché non hai saputo amare totalmente. Ma Io te ne assolvo. Ti perdono, Marta. Ho risuscitato Lazzaro oggi. Ora ti do un cuore più forte. A lui ho reso la vita. A te infondo la forza dell'amare, credere e sperare perfettamente. Ora siate felici e in pace. Perdonate a chi vi ha offese in questi giorni…».
   «Signore, in questo io ho peccato. Poco fa, al vecchio Canania che ti aveva schernito gli altri giorni, ho detto: "Chi ha trionfato? Tu o Dio? Il tuo scherno o la mia fede? Cristo è il Vivente ed è la Verità. Io lo sapevo che la sua gloria sarebbe rifulsa più grande. E tu, vecchio, rifatti l'anima, se non vuoi conoscere la morte"».
   «Hai detto bene. Ma non contendere coi malvagi, Maria. E perdona. Perdona se mi vuoi imitare…
 19Ecco Lazzaro. Ne sento la voce».
   Infatti Lazzaro entra, rivestito di nuovo e tutto rasato sulle guance, coi capelli regolati e odorosi di essenze. Con lui sono Massimino e lo Zelote.
   «Maestro!». Lazzaro si inginocchia, ancora adorando.
   Gesù gli pone la mano sul capo e sorride dicendo: «La prova è superata, amico mio. Per te e le sorelle. Ora siate felici e forti a servire il Signore. Che ti ricordi, amico, del passato? Voglio dire delle tue ore estreme?».
   «Un grande desiderio di vederti ed una grande pace fra l'amor delle sorelle».
   «E che ti doleva più di lasciare morendo?».
  «Te, Signore, e le sorelle. Te per non poterti servire, esse perché mi hanno dato ogni gioia…».
   «Oh! io, fratello!», sospira Maria.
   «Tu più di Marta. Tu mi hai dato Gesù e la misura di ciò che è Gesù. E Gesù ti ha data a me. Tu sei il dono di Dio, Maria».
   «Lo dicevi anche morendo…», dice Maria e studia il volto del fratello.
   «Perché è il mio costante pensiero».
   «Ma io ti ho dato tanto dolore…».
   «Anche la malattia ha dato dolore. Ma per essa spero avere espiato le colpe del vecchio Lazzaro e d'essere risorto, purificato per essere degno di Dio. Tu ed io, i due risorti per servire il Signore, e Marta fra noi, lei che fu sempre la pace della casa».
   «Lo senti, Maria? Lazzaro dice parole di sapienza e verità. Ora Io mi ritiro e vi lascio alla vostra gioia…».
   «No, Signore. Tu resti. Con noi. Qui. Resti a Betania e nella mia casa. Sarà bello…».
   «Resterò. Ti voglio compensare di tutto quanto hai patito. Marta, non essere triste. Marta pensa di avermi addolorato. Ma la mia pena non è per voi quanto per coloro che non si vogliono redimere. Essi odiano sempre più. Hanno il veleno nel cuore… Ebbene… perdoniamo».
   «Perdoniamo, Signore», dice Lazzaro col suo mite sorriso…
            E su questa parola tutto ha fine.
 

 20In margine alla risurrezione di Lazzaro e in rapporto a una frase di S. Giovanni.

   Dice Gesù:
 «Nel Vangelo di Giovanni, così come lo si legge ormai da secoli, è scritto: "Gesù non era ancora entrato nel villaggio di Betania" (Giov. c. 11v. 30). A prevenire possibili obiezioni faccio notare che fra questa frase e quella dell'Opera, che Io incontrai Marta a pochi passi dalla vasca nel giardino di Lazzaro, non ci sono contraddizioni di fatto ma solo di traduzione e descrizione. Betania era per tre quarti di Lazzaro. Così come Gerusalemme era per molta parte sua. Ma parliamo di Betania. Essendo per tre quarti di Lazzaro, poteva dirsi: Betania di Lazzaro. Perciò non sarebbe sbagliato il testo se anche Io avessi incontrato Marta nel villaggio o alla fonte, come alcuni vogliono dire. Ma in verità Io non ero entrato nel villaggio per evitare l'accorrere dei betaniti, tutti ostili a quelli del Sinedrio. Ero passato alle spalle di Betania per raggiungere la casa di Lazzaro, che era all'estremo opposto di chi entrava in Betania da Ensemes. Giustamente perciò Giovanni dice che Gesù non era entrato ancora nel villaggio. E ugualmente giusto dice il piccolo Giovanni dicendo che mi ero fermato presso la vasca (fonte per gli ebrei) già nel giardino di Lazzaro, ma molto lontano ancora dalla casa. Considerino inoltre che, durando il tempo del lutto e del­l'impurità (ancora non era il settimo dì dopo la morte), le sorelle non uscivano dalla casa. Perciò nel recinto della stessa loro proprietà è avvenuto l'incontro. Notare che il piccolo Giovanni dice della venuta dei betaniti nel giardino solo quando Io già ordino di levare la pietra. Prima Betania non sapeva che ero a Betania, e solo quando se ne sparse la voce accorsero da Lazzaro».
 21Dice Gesù: «Può essere messo qui il dettato del 23-3-44 a commento della risurrezione di Lazzaro» (fascicolo r pag. 20).
 

   23 marzo 1944.
 
 22Dice Gesù:
   «Avrei potuto intervenire in tempo per impedire la morte di Lazzaro. Ma non lo volli fare. Sapevo che questa risurrezione sarebbe stata un'arma a doppio taglio, perché avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso sempre più astiosi quelli di pensiero non retto. Da questi, e sotto quest'ultimo colpo del mio potere, sarebbe venuta la mia sentenza di morte. Ma ero venuto per questo, e l'ora era ormai matura perché ciò si compisse. Avrei anche potuto accorrere subito. Ma avevo bisogno di persuadere, con la risurrezione da una putredine già avanzata, gli increduli più ostinati. E anche i miei apostoli che, destinati a portare la mia fede nel mondo, avevano bisogno di possedere una fede temprata da miracoli di prima grandezza.
   Negli apostoli era tanta umanità. L'ho già detto. Non era questo un ostacolo insormontabile, era anzi una logica conseguenza della loro condizione di uomini chiamati ad esser miei in età già adulta. Non si cambia una mentalità, una forma mentis dall'oggi al domani. Né Io, nella mia sapienza, volli scegliere ed educare dei bambini e crescerli secondo il mio pensiero per fare di essi i miei apostoli. Lo avrei potuto fare. Non lo volli fare, perché le anime non mi rimproverassero di aver sprezzato coloro che non sono innocenti e portassero a loro discolpa e scusante che Io pure avevo significato con la mia scelta che coloro che sono già formati non possono mutare. No. Tutto si può mutare, se si vuole. E infatti Io di pusillanimi, di rissosi, di usurai, di sensuali, di increduli feci dei martiri e dei santi, degli evangelizzatori del mondo. Solo colui che non volle non mutò.
 23Io ho amato e amo le piccolezze e le debolezze tu ne sei un esempiopurché in esse ci sia la volontà di amarmi e di seguirmi, e di questi "nulla" faccio i miei prediletti, i miei amici, i miei ministri. Tuttora me ne servo, ed è un miracolo continuo che opero, per portare gli altri a credere in Me, a non uccidere le possibilità di miracolo. Come è languente ora questa possibilità! Come lume a cui manca l'olio, essa agonizza e muore, uccisa dalla scarsa o dalla mancante fede nel Dio del miracolo.
   Vi sono due forme di prepotenza nel chiedere il miracolo. Ad una Dio si piega con amore. All'altra volge le spalle sdegnato. La prima è quella che chiede, come ho insegnato a chiedere, senza sfiducia e stanchezza, e che non ammette che Dio non la possa ascoltare, perché Dio è buono e chi è buono esaudisce, perché Dio è potente e tutto può. Questa è amore, e Dio concede a chi ama. L'altra è la prepotenza dei ribelli che vogliono che Dio sia loro servo e che alle loro cattiverie umilii Se stesso e dia quello che loro non danno a Lui: amore e ubbidienza. Questa forma è una offesa che Dio punisce col negare le sue grazie.
   Vi lamentate che Io non compio più i miracoli collettivi. Come li potrei compire? Dove sono le collettività che credono in Me? Dove i veri credenti? Quanti i veri credenti in una collettività? Come superstiti fiori in un bosco arso da un incendio, ne vedo uno ogni tanto di spiriti credenti. Il resto l'ha arso Satana con le sue dottrine. E sempre più lo arderà.
 24Vi prego, per vostra regola soprannaturale, a tenere presente la mia risposta a Tommaso. Non si può essere miei veri discepoli se non si sa dare alla vita umana quel peso che merita, di mezzo per conquistare la Vita vera, e non di fine. Colui che vorrà salvare la sua vita in questo mondo perderà la Vita eterna. L'ho detto e lo ripeto. Che sono le prove? La nuvola che passa. Il Cielo resta e vi attende oltre la prova.
   Io ho conquistato il Cielo per voi con il mio eroismo. Voi dovete imitarmi. L'eroismo non è solo serbato a coloro che devono conoscere il martirio. La vita cristiana è un perpetuo eroismo, perché è una perpetua lotta contro il mondo, il demonio e la carne. Io non vi forzo a seguirmi. Vi lascio liberi. Ma ipocriti non vi voglio. O con Me e come Me, o contro Me. Già non mi potete ingannare. Me non mi potete ingannare. Ed Io non addivengo ad alleanze col Nemico. Se voi lo preferite a Me, non potete pensare di avere contemporaneamente Me per Amico. O lui o Io. Scegliete.
 25Il dolore di Marta è diverso da quello di Maria per la diversa psiche delle due sorelle e per la condotta diversa avuta dalle stesse. Felici coloro che si conducono in modo da non avere rimorso di aver addolorato uno che ora è morto e che non si può più consolare del dolore datogli. Ma come più felice chi non ha il rimorso di avere addolorato il suo Dio, Me, Gesù, e non teme il mio incontro, ma anzi lo sospira come gioia ansiosamente sognata per tutta la vita e infine raggiunta.
   Io sono il vostro Padre, Fratello, Amico. Perché dunque tante volte mi ferite? Sapete voi quanto ancora vi resta da vivere? Vivere per riparare? Non lo sapete. E allora, ora per ora, giorno per giorno, agite bene. Sempre bene. Mi farete sempre felice. E se anche il dolore verrà a voi, perché il dolore è santificazione, è la mirra che preserva dalla putredine della carnalità, avrete sempre in voi la certezza che Io vi amo — e che vi amo anche in quel dolore — e la pace che viene dal mio amore. Tu, piccolo Giovanni, lo sai se Io so consolare anche nel dolore.
 26Nella mia preghiera al Padre è ripetuto quanto ho detto in principio: era necessario scuotere con un miracolo principale l'opacità dei giudei e del mondo in genere. E la risurrezione di uno sepolto da quattro giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica, ripugnante, conosciuta malattia, non era cosa da lasciare indifferenti e neppure dubbiosi. L'avessi sanato mentre viveva, o infuso in lui lo spirito appena spirato, l'acredine dei nemici avrebbe potuto creare dei dubbi sulla entità del miracolo. Ma il fetore del cadavere, il marciume delle bende, la lunga degenza nel sepolcro, non lasciavano dubbi. E, miracolo nel miracolo, ho voluto che Lazzaro fosse sciolto e mondato alla presenza di tutti, perché si vedesse che non solo la vita ma l'integrità delle membra era tornata là dove prima la carne ulcerata aveva sparso nel sangue i germi di morte. Nel mio fare grazia do sempre più di quanto chiedete.
 27Ho pianto davanti alla tomba di Lazzaro. E si è dato a questo pianto tanti nomi. Intanto sappiate che le grazie si ottengono col dolore misto a sicura fede nell'Eterno. Ho pianto non tanto per la perdita dell'amico e per il dolore delle sorelle, quanto perché, come fondale che si sommuove, sono affiorate in quell'ora, più vive che mai, tre idee che, come tre chiodi, mi avevano sempre confitto la loro punta nel cuore.
   La constatazione di quale rovina aveva portato Satana al­l'uomo col suo sedurlo al Male. Rovina la cui condanna umana era il dolore e la morte. La morte fisica, emblema e metafora viva della morte spirituale, che la colpa dà all'anima spro­fon­dandola, essa regina destinata a vivere nel regno della Luce, nelle tenebre infernali.
   La persuasione che neppure questo miracolo, messo quasi a corollario sublime di tre anni di evangelizzazione, avrebbe convinto il mondo giudaico sulla Verità di cui ero stato il Portatore. E che nessun miracolo avrebbe fatto del mondo avvenire un convertito al Cristo. Oh! dolore d'esser prossimo a morire per così pochi!
   La visione mentale della mia prossima morte. Ero Dio. Ma anche Uomo ero. E per essere Redentore dovevo sentire il peso dell'espiazione. Perciò anche l'orrore della morte e di tale morte. Ero un vivo, un sano che si diceva: "Presto sarò morto, sarò in un sepolcro come Lazzaro. Presto l'agonia più atroce sarà la mia compagna. Devo morire". La bontà di Dio vi risparmia la conoscenza del futuro. Ma a Me essa non fu risparmiata.
   Oh! credetelo, voi che vi lamentate della vostra sorte. Nessuna fu più triste della mia, ché ebbi la costante prescienza di tutto quanto mi doveva accadere, unita alla povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
   Vi do la mia pace»

Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!