MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

OPERA MAGGIORE

A A A

VOLUME VIII CAPITOLO 522



DXXII. Arrivo a Gerico. L’amore terreno della folla e l’amore soprannaturale del convertito Zaccheo.

   1 novembre 1946

Gesù vi è molto atteso. Gente e gente sosta nelle campagne prossime alla città in attesa, e non appena una vedetta, arrampicata su un alto noce, getta il grido: «Eccolo l’Agnello di Dio!», la gente si alza in piedi e accorre verso Gesù, che viene avanti nelle prime nebbie crepuscolari.
   «Maestro! Maestro! Noi ti attendiamo da tanto! I nostri malati! I nostri bambini! La tua benedizione! I vecchi ti attendono per spegnersi in pace! Se Tu ci benedici, Signore, noi saremo preservati dalla sventura!», parlano tutti insieme mentre Gesù alza la mano in ripetuti gesti di benedizione e ripete: «Pace, pace, pace a voi tutti!».
   Gli apostoli che sono ancora con Lui sono presi e travolti fra la folla, separati da Gesù che è quasi impedito di camminare da quelli stessi che si lamentano dolcemente di tanta attesa.

 Il povero Zaccheo lotta convulsamente per giungere a Gesù, per farsi sentire da Lui, per farsi almeno vedere. Ma, così basso come è, e non molto agile né forte, viene sempre respinto da nuove ondate di folla, e il suo grido si perde nel clamore, e nella confusione di teste, di braccia, di vesti che si agitano, si perde la sua persona. Inutilmente supplica e qualche volta rimprovera per ottenere un poco di pietà. La gente è sempre egoista per quello che le dà godimento ed è crudele coi più deboli. Il povero Zaccheo, sfinito per gli sforzi fatti, convinto dell’inutilità di essi, perde la volontà di lottare e si rassegna mortificato. Infatti, come poter riuscire più se da ogni via sbuca altra gente e le vie sembrano tanti rivoli che sfocino tutti ad un unico fiume: la strada percorsa da Gesù? E ogni nuovo affluente, con una nuova ondata che fa sempre più fitta la folla sino a rendere pauroso il trovarcisi, respinge indietro il povero Zaccheo.
   Il Taddeo lo vede e cerca di farsi largo per strapparlo dall’angolo di via in cui lo ha respinto e inchiodato la folla. Ma a sua volta Giuda d’Alfeo viene sospinto da chi lo preme alle spalle, e il tentativo fallisce. Tommaso, facendo arma della sua robusta persona, lavora di gomiti e urla col suo vocione potente: «Fate largo!», nello stesso tentativo... Macché! La gente è una muraglia salda più di roccia, e nello stesso tempo pieghevole come il caucciù. Si piega ma non si spezza. Il suo non è più un abbraccio: è una catena infrangibile. Anche Tommaso si rassegna.
   E Zaccheo perde ogni speranza, perché Didimo è l’ultimo degli apostoli presi dalla fiumana. E questa passa finalmente... È passata... Lembi di stoffe, fiocchi, frange, forcine da donna, fermagli di vesti, restano al suolo a testimoniare della sua violenza. C’è persino un piccolo sandalo di bambino, tutto calpestato, e pare aspetti tristemente il piccolo piede che lo ha perduto... Zaccheo si mette in coda a tutti, triste lui pure come quel piccolo calzare strappato dalla folla al suo piccolo proprietario.

 Gesù non si vede neanche più. Una svolta di via lo ha nascosto agli occhi del povero Zaccheo... Ma quando, ultimo della folla, egli giunge sulla piazza dove un tempo aveva il suo banco, vede che la gente si è fermata vociando, pregando, supplicando. E vede che Gesù, montato sulla piccola gradinata di una casa, fa con le braccia e col capo cenno di no. E dice qualcosa che non si può comprendere nel muggito della folla. E infine vede che Gesù, scendendo a fatica dal suo piedestallo, riprende ad andare e svolta, sì, svolta proprio per la parte dove è la sua casa. Allora Zaccheo riprende ogni ardire. La gente è molta, ma la piazza è larga, e perciò la gente è meno compatta e può essere... forata come una siepe non molto folta da uno che abbia volontà di farlo e non abbia paura di rimanere ferito. E Zaccheo, divenuto un cuneo, una catapulta, un ariete, dà di cozzo, urta, si insinua, distribuisce e riceve pugni in viso e gomitate nello stomaco e calci negli stinchi, ma si fa largo, avanza... Eccolo al lato opposto... Ma qui il largo cessa, ed ecco di nuovo la muraglia impenetrabile. Pochi passi lo separano da Gesù già fermo presso la sua casa. Ma, se lo separassero deserti a fiumi, potrebbe sperare di più di riuscire a raggiungerlo. Si inquieta, sbraita, impone: «Devo andare a casa mia! Lasciatemi passare! Non vedete che Egli vuol venire da me?».
   Mai l’avesse detto! Ciò rinfocola la folla nella sua volontà di avere in altre case il Maestro. Chi ride burlandosi del povero Zaccheo, chi gli risponde malamente. Non c’è uno che abbia pietà. Anzi si danno a urlare e ad agitarsi perché il Maestro non veda e non senta Zaccheo. E alcuni gridano: «Hai avuto già fin troppo da Lui, vecchio peccatore!». Credo che a tanto malanimo non sia esente il ricordo delle antiche esazioni e vessazioni... L’uomo anche maggiormente disposto al soprannaturale serba quasi sempre un cantuccino in cui è vivo l’amore per il suo peculio a nel quale è ancor più vivo il ricordo di chi ha leso questo peculio...

 Ma l’ora della prova per Zaccheo è passata, e Gesù lo premia della sua costanza. Grida Gesù con tutta la forza della sua voce: «Zaccheo! Vieni a Me. Lasciatelo passare, ché voglio entrare nella sua casa».
   È giocoforza ubbidire. La folla si pigia per aprirsi e Zaccheo si fa avanti, rosso di fatica, rosso di gioia, e cerca ravviarsi i capelli spettinati, la veste sbottonata, la cintura andata coi fiocchi sulle reni anziché sul davanti. Cerca il mantello... Il mantello chissà dove è!... Non importa. Egli è davanti a Gesù ormai, semicurvo per ossequiarlo. Non può far di più perché ha appena spazio per curvarsi un poco.
   «Pace a te, Zaccheo. Vieni, dunque, che ti dia il bacio di pace. Lo hai ben meritato», dice Gesù sorridendo di un sorriso veramente allegro, giovanile, che lo fa infatti apparire ringiovanito.
   «Oh! sì, Signore. L’ho ben meritato. Come è difficile raggiungerti, Signore», dice Zaccheo alzandosi più che può per mettersi a livello di Gesù, che si curva per baciarlo, e nel fare così mette in luce un viso che sanguina per uno sgraffio sulla guancia destra, e che ha livido un occhio per qualche gomitata presa nell’orbita.
   Gesù lo bacia, poi dice:
   «Ma Io non ti premio per questa fatica. Ma per le altre, segrete a tanti, ma a Me note. Sì, è vero. Raggiungermi è difficile, e non è la folla l’ostacolo unico, non è neppure l’ostacolo più difficile che si trova per raggiungermi. Ma, o popolo che mi hai quasi portato in trionfo, l’ostacolo più difficile, il più composto, il sempre ricomposto dopo che si è tentato di romperlo o superarlo, è il proprio io.

 Io pareva che non vedessi, ma tutto ho visto. E tutto ho valutato. E che ho visto? Ho visto un peccatore convertito, uno che era duro di cuore, che era amante dei comodi, che era superbo, vanitoso, lussurioso e avaro. E l’ho visto spogliarsi del suo io antico anche nelle cose minori, e mutarsi nei modi e affetti come in quelli, per accorrere dal suo Salvatore, di lottare per raggiungerlo, e supplicare umilmente, e ricevere frizzi e rimproveri pazientemente, e soffrire nel corpo per gli urti della folla e nel cuore per vedersi respinto in coda a tutti, senza poter neppure raccogliere un mio sguardo. E ho visto altre cose in lui. Cose che voi pure conoscete, ma delle quali non volete tenere conto per quanto da esse abbiate avuto sollievo.
   Voi direte: “E come le conosci Tu che non abiti fra noi?”. Vi rispondo: come leggo nel cuore degli uomini, così non ignoro le azioni degli uomini, e so essere giusto e premiare in proporzione del cammino fatto per raggiungermi, degli sforzi fatti per sbarbare la foresta selvaggia che copriva lo spirito, bonificarlo, cacciarne tutto che non fosse l’albero vitale, e metterlo re nell’io, circondandolo di piante di virtù perché sia onorato, vegliando acciò nessun animale immondo, perché strisciante, perché ingordo di corruzione, o lascivo, o ozioso ‑ le diverse passioni malvagie ‑ si annidasse nel folto, ma solo lo abitasse, questo spirito vostro, ciò che è buono e capace di lodare il Signore, ossia gli affetti soprannaturali, altrettanti uccelli canori e miti agnelli, disposti ad essere immolati, disposti alla lode perfetta per amore di Dio.

 E come non ho ignorato le opere di Zaccheo, i suoi pensieri, le sue fatiche, così non ho ignorato che in molti di questa città, che mi hanno acclamato, è più un amore sensibile che uno spirituale. Se mi amaste in giustizia sareste stati pietosi al vostro concittadino, non lo avreste mortificato ricordandogli il passato. Quel passato che egli ha annullato e che Dio non ricorda (nel senso espresso in: Ezechiele 18, 21‑22; 33, 14‑16), perché su perdono concesso non si ritorna sopra altro che se la creatura torna a peccare. E si ritorna a giudicarlo per il peccato nuovo, non già per quello che è stato perdonato.
   Ora Io vi dico, e ve lo do per vostro compagno nelle meditazioni della notte, che non consiste nell’acclamarmi l’amarmi in verità, ma nel fare ciò che Io faccio e insegno, nel praticare l’amore reciproco, nell’essere umili e misericordiosi, ricordando che un unico fango vi ha composti per la parte materiale, e che il fango ha sempre attrattiva per il pantano, e che perciò, se fino ad ora ciò che in voi è forza che vi ha tenuti sollevati sul pantano, lo spirito, non ha mai conosciuto disfatte ‑ ed è cosa impossibile, perché l’uomo è peccatore e solo Dio è senza peccato ‑ domani il vostro spirito potrebbe conoscerle, e in numero e portata ancor maggiore di quelle del vecchio peccatore ormai rinato alla Grazia,  rifatto  da  essa giovanile e nuovo come un fanciullo testé nato, con in suo favore l’umiltà che gli viene dal ricordo di essere stato peccatore, e la volontà accesa di fare, nel resto di vita, tanto bene quanto sia sufficiente ad empire una vita longeva e tutta consacrata al bene, tanto da riparare, e con misura piena e traboccante, ogni male che possa aver fatto.
   Domani vi parlerò. Per questa sera ho detto. Andate col mio monito e benedite Dio, che vi manda il Medico che recide le vostre sensualità celate sotto un velo di sanità spirituale, come malattie nascoste che rodano la vita sotto un velo di apparente salute. 

 Vieni, Zaccheo».
   «Sì, mio Signore. Non ho più che un vecchio servo e io stesso apro la mia porta, e con essa il mio cuore commosso, oh! quanto! per la tua infinita bontà».
   E aperto il cancello fa entrare Gesù e gli apostoli, e lo guida verso la casa, per il giardino mutato in ortaglia... Anche la casa è spoglia di ogni superfluo. Zaccheo accende un lume e chiama il servo.
   «Ecco. Il Maestro è qui. Dorme qui coi suoi e cena qui. Hai preparato come ho detto?».
   «Sì. Meno le verdure, che getterò ora nell’acqua bollente, è tutto pronto.
   «Allora mutati veste e va’ a dire a quelli che sai che Egli è qui, e che vengano».
   «Vado, padrone. Benedetto Te, Maestro, che mi fai morire contento!». Se ne va.
   «È il servo di mio padre, rimasto con me. Gli altri li ho licenziati tutti. Ma egli mi è caro. È stata la voce che non taceva mai quando peccavo. E lo maltrattavo perciò. Ora, dopo Te, è quello che amo più di ogni altro... Venite, amici. Là vi è fuoco e quanto può dare ristoro a membra stanche e gelate. Tu, Maestro, nella mia stessa stanza...», e lo guida verso una camera in fondo ad un corridoio.

 Entra, chiude la porta, mesce acqua fumante in una brocca, scalza Gesù, lo serve. Prima di ricalzargli i sandali, bacia il piede nudo e se lo mette sul collo dicendo: «Così! Perché schiacci i residui del vecchio Zaccheo!». Si alza. Guarda Gesù con un sorriso che trema sul labbro, un sorriso umile, fatto un poco di pianto. Ha un gesto per indicare tutto l’ambiente. Dice: «Ho tanto peccato qui dentro! Ma ho tutto mutato. Perché ciò che sapeva quel sapore non mi fosse più presente... I ricordi... Io sono debole... Ho lasciato soltanto che vivesse il ricordo della conversione in queste pareti spoglie, in questo letto duro... Il resto... Ne ho fatto denaro, perché ne ero rimasto privo e volevo fare del bene. Siedi, Maestro...».
   Gesù siede su un sedile di legno e Zaccheo si mette per terra, ai suoi piedi, mezzo seduto, mezzo inginocchiato. Riprende a parlare. «Non so se ho fatto bene. Se Tu puoi approvare il mio operato. Forse ho principiato da dove dovevo finire. Ma anche essi ci sono. E solo un vecchio pubblicano può non avere ribrezzo di essi in Israele. No. Ho detto male. Non soltanto un vecchio pubblicano, ma anche Tu, anzi sei Tu che mi hai insegnato ad amarli veramente. Prima erano i miei complici nel vizio, ma non li amavo. Ora li reprimo ma li amo. Tu e io. Il tutto Santo, il peccatore convertito. Tu perché non hai mai peccato e vuoi darci la gioia che è tua, di Uomo senza colpa. E io perché ho tanto peccato, e so come è dolce la pace che viene dall’esser perdonati, redenti, rinnovati... L’ho voluta per loro. Li ho cercati. Oh! è stato duro da principio! Volevo fare buoni loro e avevo me da fare buono... Che fatica! Sorvegliarmi perché sentivo che mi sorvegliavano. Sarebbe bastato un niente per farli allontanare... E poi... Molti peccavano per bisogno, per necessità di mestiere. Ho venduto tutto per avere denaro e mantenerli, sinché non trovavano altri mestieri meno fruttuosi, più faticosi, ma onesti. E c’è sempre qualcuno di essi che viene, per metà curioso, per metà volonteroso di essere un uomo e non soltanto un animale. E li devo ospitare, questi, finché non si fanno mansi al nuovo giogo. Molti si sono circoncisi. Il primo passo verso il vero Dio. Ma non lo impongo. Ho larghe le braccia nell’abbracciare le miserie, io che non posso averne schifo. Vorrei dare io pure a questi ciò che Tu vorresti dare a tutti: la gioia di essere senza più rimorsi, dato che non possiamo come Te essere senza colpa. Ora dimmi, o mio Signore, se ho troppo osato».
   «Hai bene operato, Zaccheo. Tu dài ad essi più di ciò che speri e di ciò che pensi che Io voglia dare agli uomini. Non soltanto la gioia di essere perdonati, senza rimorsi, ma quella di essere presto cittadini del mio Regno celeste. Io non ignoravo queste tue opere. Ti seguivo nel tuo procedere per la via ardua ma gloriosa della carità; perché questa è carità, e della più schietta. Tu hai compreso la parola del Regno. Pochi l’hanno compresa, perché sopravvive in loro la concezione antica e la convinzione di essere già santi e dotti. Tu, levato dal cuore il passato, sei rimasto vuoto, e hai potuto, hai voluto, anzi, mettere dentro di te le parole nuove, il futuro, l’eterno. Continua così, Zaccheo, e sarai l’esattore del Signor tuo Gesù», termina Gesù sorridendo e posando la sua mano sul capo di Zaccheo.
   «Tu mi approvi, Signore? In tutto?».
   «In tutto, Zaccheo. 

 L’ho detto anche a Niche che di te mi parlava. Niche ti capisce. È aperta alla pietà universale».
   «Niche mi aiutava molto. Ma ora la vedo soltanto ad ogni nuova luna... Avrei voluto seguirla. Ma Gerico è propizia al mio nuovo lavoro...».
   «Non starà a lungo a Gerusalemme... Ti sposteresti per nulla. Dopo Niche tornerà qui...».
   «Dopo quando, Signore?».
   «Dopo che il mio Regno sarà proclamato».
   «Il tuo Regno... Ho paura di quel momento. Quelli che ora si dicono tuoi fedeli lo sapranno essere allora? Perché certo ci saranno delle sommosse e lotte fra chi ti ama a chi ti odia... Lo sai, Signore, che i tuoi nemici assoldano persino dei ladroni, la feccia del popolo, per avere dei seguaci pronti a far grosso per imporsi agli altri? Io l’ho saputo da uno dei miei poveri fratelli... Oh! fra chi ruba legalmente, fra chi ruba l’onore e chi spoglia un viandante, c’è molta differenza forse? Ho rubato anche io legalmente finché Tu non mi hai salvato, ma non avrei, neppur allora, secondato chi ti odia... Questo è un giovane. Un ladro. Sì. Un ladro. Una sera che mi ero spinto verso l’Adomin in attesa di tre miei pari, che venivano da Efraim con del bestiame comperato a meno prezzo, l’ho trovato appostato in una gola. Gli ho parlato... Non ho mai avuto famiglia, eppure credo che se avessi avuto dei figli avrei parlato loro così per persuaderli a cambiare vita. Mi ha spiegato il come e il perché era divenuto ladro... Eh! quante volte i veri colpevoli sono quelli che sembra non facciano nulla di male!... Gli ho detto: “Non rubare più. Se hai fame, un pane c’è anche per te. Ti troverò lavoro onesto. Giacché ancora non sei divenuto omicida, fermati, salvati”. E l’ho persuaso. Egli mi ha detto di essere rimasto solo perché gli altri erano stati comperati con molto denaro da chi ti odia, e ora stanno pronti a fomentare sommosse e a dirsi tuoi per scandalizzare il popolo, nascosti nelle grotte del Cedron, nei sepolcri, verso il Faselo, nelle caverne a settentrione della città, fra le tombe dei Re e dei Giudici, dovunque... Che vogliono fare, o Signore?».
   «Giosuè poté fermare il sole, ma essi, nonostante ogni mezzo, non potranno arrestare il volere di Dio».
   «Hanno il denaro, Signore! Il Tempio è ricco, e non è corban per essi l’oro offerto al Tempio se serve loro per trionfare». (Corban è l’offerta sacra da darsi al Tempio e quindi sottratta all’uso profano. I farisei ne facevano un abuso, che Gesù condanna al Vol 5 Cap 300, così come in Marco 7, 11).
   «Nulla hanno. La forza è mia. Il loro edificio cadrà come fosse di foglie seccate dai venti di autunno e composte a castello da un bambino. Non temere, Zaccheo. Il tuo Gesù sarà Gesù».
   «Dio lo voglia, Signore!... Ci chiamano. Andiamo»...