MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

OPERA MINORE

A A A

QUADERNI DEL 1943 CAPITOLO 86


11 agosto 1943

   Dice Gesù
  «Ieri sera tuo cugino1 si stupiva e rammaricava perché mentre scrivi non cessano le tue sofferenze. Perché dovrebbero cessare? Le missioni sono sempre penose alla natura umana. La carne soffre nel servire Iddio. Ma tanto più soffre e tanto più si rende fruttifero il lavoro dello spirito. Quando Io ho maggiormente compiuto la mia missione? Nelle ore di maggiore sofferenza. E Io non avevo, allora, il bene che tu hai, perché Io ero in quelle ore abbandonato dal Padre. Tu non lo sei da Me, invece.
   Non è più che sufficiente questo per ripagare il soffrire di un pugno di cenere quale è la tua carne? Sì che lo è. Basterebbe ad essere sufficiente il sentirmi vicino.
   Ma Io ti ho concesso non solo la vicinanza, ma la carezza, la vista, la parola.
   La croce portata così non è, per l’anima, più croce. Lo resta per la carne ed il sangue. Ma quelli me li hai dati in offerta totale, ed è bene siano consumati perché nel sacrificio si annullano le loro colpe, delle quali - sei convinta - non occorre Io te ne parli per ricordartele. Me li hai dati per te e per "molte cose". Perciò portino essi la croce della sofferenza totale, perché è giusto che così avvenga.
   Lo sai quello che fai scrivendo? La mia Volontà. La volontà di missione che voglio tu faccia.
   Anche se un’anima sola, una so1a, avesse a trovare la via, attraverso questa tua fatica voluta da Me, sarebbe giustificata la fatica che a vista umana sembra inumana.
   Io, lottando contro l’ambascia dell’agonia, ho fino all’estremo compìto la missione di Maestro e Redentore. Ricorda Caifa, Pilato, le donne di Gerusalemme Disma. Fino all’ultimo, fino all’ultimo ho confortato, ammaestrato, salvato. E Io solo so quello che era il mio soffrire! Il tuo è un nulla, al paragone.
   Nessun discepolo è da più del suo Maestro, in qualunque cosa, e se il tuo Maestro ha sofferto tanto per redimere gli uomini, tu, che ti sei messa sulla scia del Maestro, vuoi soffrire di meno?
   Del resto Io so sino a qual punto devo gravare la mano. E se la gravo pesantemente è segno che ti do la capacità di sopportare l’aggravio e che vi è un infinito bisogno di sofferenza per l’ora terribile che vi sta sopra. La sofferenza degli olocausti è quella che impedisce non la rovina materiale ma la rovina spirituale, che come nuvola carica di nebbie sta per accecare gli spiriti e condurli a rovinare, materialmente e sempre più, quanto ancora resta salvo
   
   Dice più tardi sempre rispondendo ad un mio lamento per le prospettive dolorose (sul domani nostro) che mi illumina: «Ma, Maria, alle piccole amiche di Gesù non è concesso sottrarsi alla pena. Il povero vostro Gesù, quando era nella sua Passione, ebbe l’unico conforto dalla assistenza della Madre sua. Maria non ha perduto un gemito mio, non le è sfuggita una mia lacrima, non un corrugamento di epidermide, un trasalimento di muscoli, una contrazione di volto, un singulto, un rantolo. Erano tante lanciate per il suo cuore di Mamma, ma non si è sottratta ad esse perché sapeva che la sua presenza era l’unico conforto del suo Gesù.
   La piccola Maria non deve essere dissimile dalla grande Maria. Anche ora Io soffro, soffro tanto davanti alla pervicacia umana. Lo ripeto2: verrei di nuovo a morire per salvarvi, o uomini che precipitate nel baratro di mille colpe. Soffro tanto... non posso tacere il mio dolore. E parlarne vuol dire condurre chi mi ascolta alla visione di un ben triste futuro.
   Ma è così dolce piangere insieme. Non mi sottrarre la tua spalla perché Io vi appoggi il mio Capo sul quale l’Umanità ribadisce corone di spine. Le stesse spine pungeranno anche te. Ma pensa: il nostro pianto e il nostro sangue verranno offerti insieme per tentare di arrestare il castigo.
   Di questo c’è bisogno, Maria. Le altre cose lasciano ciò che trovano e vi uniscono nuove potenze di male. Ma il sacrificio salva. Se dalla terra divenuta inferno nascessero molte anime di sacrificio!... Non ripeto per mancanza di argomenti, ripeto perché in queste parole è la chiave della salvezza
   
   Creda, Padre3, che soffro tanto. Le intuizioni che mi vengono sono più torturanti del mio male fisico ed accrescono il medesimo. Confesso che umanamente vorrei sfuggire ad esse con la morte. Ma, come vede, anche questo rientra nel campo di dolore che Dio ha seminato per me e che io devo cogliere e mangiare come pane della mia vita.

   E allora... avanti. Sono fra le spine di ogni genere, perché il buon Gesù mi svela orizzonti di sangue e fuoco e Lucifero tenta sconvolgermi prospettandomi che presto resterò sola (senza il Maestro) e che Egli è già stanco di me. Lo lascio dire, ma certo soffro.
   Meno male che perdura viva la invisibile Presenza e questo mi dà tutto nel mio nulla.

 

   1 Giuseppe Belfanti, cugino della mamma della scrittrice. A causa della guerra, da Reggio Calabria si trasferì con la famiglia a Viareggio, e stette con la scrittrice dal luglio 1943 al novembre 1944.

   2 Già nel dettato del 23 aprile, pag. 54.

   3 Padre Migliorini.