MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

OPERA MINORE

A A A

QUADERNI DEL 1943 CAPITOLO 64


19 luglio 1943

   Dice Gesù:
   «Il dono che ti ho dato non ti induca mai alla superbia portandoti a credere di te quello che non Tu non sei altro che un portavoce e un canale nel quale fluisce l’onda della mia Voce, ma come prendo te potrei prendere un’altra anima qualunque. Il solo prenderla la renderebbe capace di essere canale e portavoce della Voce del Cristo poiché il mio tocco opera il miracolo. Ma tu non sei nulla. Nulla più di un’innamorata.
   I miei portavoce si trovano o tra i puri tra i peccatori rea1mente convertiti.
   Guarda il nucleo apostolico. A chi detti il Potere? A Pietro. L’uomo che era venuto a Me nel culmine della virilità dopo aver avuto i trascorsi e le passioni della giovinezza a dell’età matura, l’uomo che era ancora tanto uomo, dopo tre anni di contatto mio, da essere rinnegatore e violento.
   A chi detti la rivelazione e la Rivelazione? A Giovanni, alla carne che non conobbe donna, e che era sacerdote anche prima di esserlo. Era puro e innamorato.
   A chi permisi di toccarmi le membra purissime e divine avanti e dopo la risurrezione? A Maria di Magdala e non a Marta.
   Pietro e Maria i convertiti. Giovanni il puro. È sempre così.
   Però a Pietro, in cui si annidava la superbia di sé - "Maestro, ancorché tutti ti tradiscano, io non ti tradirò" - non ho dato quanto ho dato a Giovanni. E Pietro, maturo e capo del nucleo, dovette chiedere a Giovanni - un ragazzo rispetto all’altro - di chiedere a Me chi fosse il traditore. E fu a Giovanni che rivelai i tempi ultimi, non a Pietro, capo della mia Chiesa.
   Parlo dove voglio. Parlo a chi voglio. Parlo come voglio. Io non conosco limitazioni.
   L’unica limitazione, che non limita Me, ma ostacola il venire della mia Parola, sono1 la superbia e il peccato. Ecco perché la mia Parola, che dovrebbe dilagare dalle profondità dei Cieli su tutto il Creato e ammaestrare i cuori di tutti i segnati del mio segno, trova, in tutte le categorie, così pochi canali. Il mondo, cattolico, cristiano, o d’altra fede, è mosso da due motori: superbia e peccato. Come può entrare la mia Parola in questo meccanismo arido? Ne verrebbe stritolata e offesa.
   Siate dei Giovanni o delle Marie, e diverrete voce della Voce. Estirpate il peccato e la superbia. Coltivate carità, umiltà, purezza, fede, pentimento. Sono le piante sotto le quali il Maestro si asside per ammaestrare le sue pecorelle.
   Esser portavoce mio vuol dire entrare in una austerità quale nessuna regola monastica  impone. La mia Presenza impone riserbatezze soprannaturali, dominio di sé, distacco dalle cose, ardore di spirito, asprezza di penitenza, generosità di dolore, vivezza di fede, come nessun’altra cosa al mondo.
   È un dono. Ma viene tolto se colui a cui è dato esce dallo spirito e si ricorda d’esser carne e sangue.
   È una sofferenza. Ma se è sofferenza che stritola la carne e il sangue, ha in sé e con sé una vena di tale dolcezza rispetto alla quale la manna degli antichi ebrei è amaro assenzio.
   È una gloria. Ma non è gloria di questa terra.»

 

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