MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

OPERA MAGGIORE

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VOLUME VIII CAPITOLO 524



DXXIV. A Gerico. In casa di Zaccheo con i peccatori convertiti.

   3 novembre 1946

 Sono tutti raccolti in una stanza vasta e spoglia. Un tempo era certo bella. Ora non è più che un grande ambiente. Vi hanno portato i sedili e i lettucci presi nelle altre stanze dei pasti o da letto e si sono seduti tutti intorno al Maestro, che hanno fatto sedere su una specie di poltrona tutta di legno scolpito, coperta di un tappeto ad alto liccio. Il mobile più lussuoso della casa.
Zaccheo parla di un podere preso con i denari raccolti fra di loro: «Qualche cosa dovevamo pur fare! L’ozio non è una buona medicina per non peccare. È un luogo poco fertile ancora, perché era trascurato, come noi, e come noi pieno di triboli, pietre, aridume ed erbe nocive. Niche ci ha prestato i suoi servi contadini per insegnarci come fare ad aprire i pozzi trascurati, a mondare i campi, a potare i pochi alberi che c’erano e a piantarne di nuovi. Noi sapevamo tante cose... ma non le sante opere dell’uomo. Ma in questo lavoro, così nuovo per noi, noi troviamo proprio una vita nuova. Niente ricorda il passato intorno a noi. Solo la coscienza lo ricorda. Ma ciò è bene... Siamo dei peccatori... Verrai a vederlo?».
   «Usciremo insieme di qui per dirigerci verso il Giordano e mi fermerò in quel luogo. Mi dici che è proprio sulla via che va al fiume...».
   «Sì, Maestro. Ma è brutto. La casa è cadente. E vuota di mobili. Non avevamo denaro per tutto... dopo che abbiamo, sol che lo si sia potuto fare, riparato ai nostri delitti verso il prossimo. Costoro, meno Demete, Valente e Levi, troppo vecchi per certe privazioni, i quali dormono qui, si adattano su del fieno, Signore».
   «Molte volte Io non ho neppure quello. Dormirò sul fieno Io pure, Zaccheo. Vi ho dormito i primi sonni, ed erano dolci perché vegliati dall’amore. Posso dormirvi anche questo a non sarà tormentato, perché preso fra uomini nei quali è risorta la buona volontà».
   E guarda con uno sguardo che è una carezza queste primizie di redenti d’ogni paese.
Ed essi lo guardano... Non sono uomini dal pianto facile. Chissà mai, anzi, quanto pianto hanno fatto versare. I loro volti sono altrettanti libri sui quali è scritto il loro sciagurato passato e, se ora la nuova vita vela la brutalità di quelle parole, esse sono però ancora decifrabili tanto da permettere di intuire da quali baratri risorgono verso la Luce. Eppure il loro viso si schiarisce, si illumina, si fa rinfrancato il loro sguardo, una luce di speranza soprannaturale, di soddisfazione morale vi splende, sentendo che il Maestro li dice risorti alla buona volontà.

 Zaccheo dice: «Allora Tu approvi tutto quanto ho fatto? Vedi, Maestro. Avevo detto quel giorno: “Io ti seguirò”, e volevo seguirti proprio materialmente. Ma anche proprio quella sera venne da me Demete per una di quelle... per uno di quegli infami suoi mercati... e aveva bisogno di denaro. Veniva da Gerusalemme... perché è detta santa, ma ogni vergogna è in essa e i primi a volerle queste vergogne sono quelli che poi lapidano noi come fossimo lebbrosi... Ma io devo dire i nostri peccati, non i loro. Io non avevo più denaro. Te lo avevo dato. Tutto. Anche quello che era ancora in casa era già come dato, perché ne avevo già fatto le parti da rendere a quelli ai quali lo avevo carpito con usura. Gli ho detto: “Non ho denaro. Ma ho più di ogni tesoro”. E gli ho narrato la mia conversione, le tue parole, la pace che era in me... Ho parlato tanto che la luce del nuovo giorno è entrata a far bianchi i volti e inutili le lampade mentre parlavo ancora. Cosa ho detto di preciso non so. So che lui ha dato un gran pugno sul tavolo al quale eravamo seduti ed ha esclamato: “Mercurio ha perduto un seguace e i satiri un compagno. Prendi anche queste monete, insufficienti al delitto, ma buone per un pane al mendico, e prendimi con te. Voglio conoscere un profumo dopo tanti fetori”. Ed è rimasto. Siamo andati insieme a Gerusalemme, io per vendere oggetti, lui per liberarsi da ogni... impegno. E nel ritorno ho detto... ‑ avevo pregato al Tempio, dopo tanto, col cuore puro e pacificato di un fanciullo ‑ ho detto a me stesso: “Non è seguire anche questo il Maestro, e forse seguirlo meglio, restando a Gerico dove i miei disgraziati amici pubblicani come me, biscazzieri, lenoni, usurai, dopo essere stati sopraintendenti di galeotti e forzati, di schiavi, torturatori d’ogni miseria, soldati senza legge né pietà, gozzovigliatori per dimenticare i rimorsi nelle ubriachezze, vengono a trovarmi per impiegare i loro denari maledetti, o propormi affari, o invitarmi a conviti e ad altre sozzure infami?
   La città mi sprezza. Gli ebrei mi terranno sempre come un peccatore. Ma essi no. Essi sono come me. Essi sono immondezza, ma possono avere qualcosa in loro che li spinge al bene e non trovano chi dia loro una mano per aiutarli. Io li ho aiutati nel male. Forse hanno peccato anche per i miei consigli, per ciò che ho loro chiesto talora. Ho il dovere di aiutarli per venire al bene. Così come ho reso a quelli che avevo danneggiato, così come ho riparato per i miei concittadini, altrettanto devo cercare di riparare con essi”. E sono rimasto qui. Ora uno, ora l’altro, sono venuti da questa e quella città, e ho parlato. Non tutti furono come Demete. Alcuni sono fuggiti dopo avermi schernito. Altri hanno tergiversato. Altri si sono fermati, ma dopo qualche tempo sono tornati al loro inferno. Questi sono rimasti. E ormai sento che devo seguirti così, che dobbiamo seguirti così, lottando con noi stessi, sopportando gli sprezzi del mondo che non ci sa perdonare.

 Non mancano le lacrime del cuore quando vediamo che il mondo non perdona, quando i ricordi tornano... e sono tanti e penosi... In alcuni sono...».
   «La Nemesi orrenda che rinfaccia i nostri delitti e che ci promette la vendetta oltre tomba», dice uno.
   «Sono i lamenti di quelli che, sfiniti, ho percosso per farli lavorare».
   «Sono le maledizioni di quelli che ho fatto schiavi dopo aver preso con usura tutto il loro».
   «Sono le suppliche di vedove e orfani che non potevano pagare e ai quali ho sequestrato in nome della legge gli ultimi averi».
   «Sono le ferocie compiute nei paesi di conquista su inermi terrorizzati dalla sconfitta».
   «Sono le lacrime di mia madre, di mia moglie, di mia figlia, morte di stenti mentre io sprecavo tutto nei festini».
   «Sono... oh! il mio è il delitto senza nome! Signore, io non ho sangue sulle mani, non ho rubato monete, non ho imposto gabelle esose, non interessi strozzatori, non ho percosso i vinti, ma ho sfruttato tutte le miserie, e su fanciulle innocenti di vinti, su orfane, su vendute come merce per un pane, ho fatto denaro. Ho girato il mondo cogliendo queste occasioni, dietro gli eserciti, là dove era una carestia, là dove lo straripare di un fiume aveva levato ogni cibo, là dove una moria aveva lasciato giovani vite senza protezione, e ne ho fatto merce, infame e pur innocente merce. Infame per me che ne traevo denaro, innocente perché ancor non sapeva l’orrore. Signore, sulle mie mani sono le verginità di fanciulle disonorate e l’onore di giovani spose prese in città di conquista. I miei empori... e i miei lupanari erano celebri, Signore... Non mi maledire, ora che sai!...».

 Gli apostoli si sono involontariamente scansati dall’ultimo che ha parlato. Gesù si alza e gli va vicino. Gli pone la mano sulla spalla e dice: «È vero! Il tuo è un grande delitto. Hai molto da riparare. Ma Io, la Misericordia, ti dico che, anche fossi lo stesso demonio e avessi su di te tutti i delitti della Terra, se tu vuoi, puoi riparare a tutto ed essere perdonato da Dio, dal vero, grande, paterno Iddio. Se tu vuoi. Unisci la tua volontà alla mia. Io pure voglio che tu sia perdonato. Unisciti a Me. Dammi il tuo povero spirito infamato, rovinato, rimasto pieno di cicatrici e di avvilimento dopo che hai lasciato il peccato. Io lo metterò nel mio cuore, là dove metto i più grandi peccatori, e lo porterò con Me nel sacrificio redentore. Il Sangue più santo, quello del mio cuore, l’ultimo Sangue del Consumato per gli uomini, si spargerà sulle più grandi rovine e le rigenererà. Per ora abbi speranza. Una speranza più grande del tuo immenso delitto, nella misericordia di Dio, perché essa è senza confine, o uomo, per chi sa confidare in essa».
   L’uomo quasi vorrebbe prendere e baciare quella mano posata sulla sua spalla, così pallida e scarna sulla sua veste bruna e sulla spalla robusta. Ma non osa. Gesù comprende e gli porge la mano dicendo: «Baciane il palmo, uomo. Ritroverò quel bacio a medicarmi una tortura. Mano baciata, mano ferita. Baciata per amore. Ferita per l’amore. Oh! se tutti sapessero baciare la gran Vittima, ed Essa morisse nella sua veste di piaghe sapendo che in ognuna sono i baci, gli amori di tutti gli uomini redenti!», e tiene premuta la sua palma sulle labbra rasate dell’uomo, che dal tutto insieme direi romano. Ve la tiene finché l’uomo se ne stacca come sazio, dopo aver estinto l’arsura dei suoi rimorsi bevendo la misericordia del Signore nel cavo della mano divina.

 Gesù torna al suo posto e, nel passare, posa la mano sul capo ricciuto di uno molto giovane. Direi che ha appena vent’anni, se pure li ha. Uno che non ha mai parlato. Uno certo di razza ebrea. Gesù lo interroga: «E tu, figlio mio, non dici nulla al tuo Salvatore?».
   Il giovane alza il capo e lo guarda... Tutto un discorso è in quello sguardo. Una storia di dolore, di odio, di pentimento, di amore.
   Gesù, un poco curvo su lui, gli occhi fissi negli occhi, legge qualche storia muta e poi dice: «È per questo che ti chiamo “figlio”. Non sei più solo. Perdona a tutti del tuo sangue ed estranei, come Dio ti perdona. E ama l’Amore che ti ha salvato. Vieni un momento con Me. Ti voglio dire una parola in disparte».
   Il giovane si alza e lo segue.
   Quando sono soli, Gesù dice: «Voglio dirti questo, figlio. Il Signore ti ha molto amato, benché così non sembri ad un giudizio superficiale. La vita ti ha molto provato. Gli uomini ti hanno molto nuociuto. L’una e gli altri potevano fare di te una rovina irreparabile. Dietro ad essi era Satana, invidioso della tua anima. Ma sopra te era l’occhio di Dio. E quell’occhio benedetto ha arrestato i tuoi nemici. Il suo amore ha mandato per il tuo sentiero Zaccheo. E, con Zaccheo, Io che ti parlo. Ora Io che ti parlo ti dico che devi in questo amore trovare tutto quanto non hai avuto, devi dimenticare tutto quanto ti ha inasprito, e perdonare, perdonare a tua madre, perdonare al padrone infame, perdonare a te stesso. Non ti odiare malamente, figlio. Odia il tuo tempo di peccato, ma non il tuo spirito che ha saputo lasciarlo questo peccato. Il tuo pensiero sia buon amico del tuo spirito, e insieme raggiungano la perfezione».
   «Perfetto, io!».
   «Hai sentito cosa ho detto a quell’uomo? Eppure egli è stato nel fondo dell’abisso!...

 6 E grazie, figlio!».
   «Di che, mio Signore? Sono io che ti devo dire grazie...».
   «Di non essere voluto andare da chi compera uomini per tradirmi».
   «Oh! Signore! E potevo farlo se sapevo che Tu non disprezzi neppure noi ladroni? Ero anche io fra quelli che ti hanno portato l’agnello al  Carit (Vedi Vol 6 Cap 380).  E  uno  di noi, che ora è stato preso dai romani ‑ almeno così si dice, certo è che da prima dei Tabernacoli non si è più visto nei rifugi dei ladroni ‑ mi ha detto le tue parole in una valle presso Modin... (Vedi Vol 3 Cap 223). Perché io allora non ero ancora coi ladroni. Vi sono andato alla fine dell’ultimo adar e li ho lasciati all’inizio di etanim. Ma non ho fatto nulla che meriti il tuo grazie. Tu eri buono. Ho voluto essere buono. E avvertire un tuo amico... posso dire così di Zaccheo?».
   «Sì, lo puoi dire. Tutti quelli che mi amano sono miei amici. Anche tu lo sei».
   «Oh!... Ho voluto avvertire perché Tu ti guardassi. Ma un avvertimento non merita grazie...».
   «Ti ripeto: è perché non ti sei venduto contro di Me che ti ringrazio. Questo ha valore».
   «E l’avvertimento no?».
   «Figlio mio, nulla potrà impedire all’Odio di assalirmi. Hai mai visto un torrente che straripa?».
   «Sì. Ero presso Jabes Galaad e ho visto la rovina del fiume uscito di letto prima del Giordano».
   «E che, ha potuto alcuna cosa fermare le acque?».
   «No. Esse hanno tutto coperto e rovinato. Persino delle case hanno travolto».
   «Così è l’Odio. Ma non mi travolgerà. Ne sarò sommerso, ma non distrutto. E nell’ora amarissima l’amore di chi non volle odiare l’Innocente sarà il mio conforto, la mia luce nelle tenebre di quell’ora di Tenebre, la mia dolcezza nel calice del vino col fiele e la mirra».
   «Tu?... Tu parli di Te come se... È per i ladroni quel calice, per chi va alla morte di croce. Ma Tu non sei un ladro! Tu non sei colpevole! Tu sei...».
   «Il Redentore. Dammi un bacio, figlio».
   Gli prende il capo fra le mani e lo bacia in fronte e poi si china per ricevere il bacio del giovane. Un bacio timido, sfiorante appena la guancia scarna... E poi il giovane si abbatte piangendo sul petto di Gesù.
   Non piangere, figlio mio! Io sono sacrificato dall’amore. Ed è sempre dolce sacrificio, anche se è tormentoso alla natura umana».
   Lo tiene fra le braccia finché il pianto cessa, e poi torna di là tenendolo per mano, vicino, al posto che aveva prima Pietro.

 Riprende a parlare: «Mentre prendevamo il cibo, uno di voi, non d’Israele, disse di volermi chiedere una spiegazione. Lo faccia ora, perché presto dovremo tornare fra la gente e poi lasciarci».
   «Sono io che ho detto questo. Ma in molti lo desiderano di sapere. Zaccheo non sa spiegare bene questo, e neppure altri fra noi della tua religione. Abbiamo chiesto ai tuoi discepoli, quando sono passati di qui. Ma non ci hanno detto con chiarezza».
   «Cosa vuoi sapere, dunque?».
   «Noi non sapevamo neppur di averla l’anima. Ossia... noi almeno avremmo dovuto saperlo, perché gli antichi nostri... Ma noi non leggevamo gli antichi. Eravamo bestie... E non sapevamo più cosa è quest’anima. Neppur ora lo sappiamo. Cosa è l’anima? La ragione nostra, forse? Non crediamo, perché in tal caso noi saremmo stati senza di lei e abbiamo sentito dire che senza anima non c’è vita. Che è dunque l’anima che ci dicono incorporea, che ci dicono immortale, se non è la ragione? Il pensiero è incorporeo. Ma non è immortale, perché cessa con la vita nostra. Anche il più sapiente non pensa più dopo la morte».
   «L’anima non è il pensiero, uomo. L’anima è lo spirito, è il principio immateriale della vita, il principio impalpabile, ma vero, che anima tutto l’uomo e che dura dopo l’uomo. Perciò è detta immortale. È tanto sublime cosa che il pensiero anche più potente è un nulla rispetto ad essa. Il pensiero ha fine. Mentre l’anima ha bensì un principio, ma non ha più fine. Beata o dannata, continua ad essere. Beati quelli che sanno conservarla pura, o ritornarla pura dopo averla resa impura, per renderla al suo Creatore così come Egli la diede all’uomo per animare la sua umanità».
   «Ma è essa in noi, o sopra noi, come l’occhio di Dio?».
   «In noi».
   «Prigione in noi sino alla morte, allora? Schiava?».
   «No. Regina. Nel pensiero eterno l’anima, lo spirito, è la cosa che regna nell’uomo, nell’animale creato detto uomo. Essa, venuta dal Re e Padre di tutti i re e padri, sua parte e sua immagine, suo dono e suo diritto, avente per missione quella di fare della creatura detta uomo un re del gran regno eterno, di fare della creatura detta uomo un dio oltre la vita, un “vivente” nella Dimora del sublimissimo, unico Dio, è creata regina, e con autorità e destino di regina. Sue ancelle tutte le virtù e le facoltà dell’uomo, sua ministra la buona volontà dell’uomo, suo servo il pensiero, servo e alunno il pensiero dell’uomo. È dallo spirito che il pensiero acquista potenza e verità, acquista giustizia e sapienza, e può assurgere a perfezione regale. Un pensiero privo della luce dello spirito sarà sempre con lacune e tenebre, non potrà mai darsi ragione di verità che, per chi è scisso da Dio avendo perduto la regalità dell’anima, sono più incomprensibili di misteri. Sarà cieco il pensiero dell’uomo, ebete sarà, se mancherà del punto base, della leva indispensabile per comprendere, per alzarsi lasciando la terra e lanciandosi all’alto, incontro all’Intelligenza, alla Potenza, alla Divinità in una parola. 

 Parlo così a te, Demete, perché tu non sei sempre stato solamente un cambiavalute, e puoi capire a spiegare agli altri».
   «Sei veramente un veggente, Maestro. No, non sono stato soltanto un cambiavalute... Anzi questo è stato l’ultimo scalino della mia discesa... Dimmi, Maestro. Ma se l’anima è regina, perché allora non regna e non doma il mal pensiero e la mala carne dell’uomo?».
   «Domare non sarebbe né libertà né merito; sarebbe oppressione».
   «Ma il pensiero e la carne sopraffanno pure l’anima, parlo di me, di noi, e la fanno schiava troppe volte. Per questo dicevo se era in noi in forma di schiava. Come può Dio permettere che cosa tanto sublime ‑ Tu l’hai definita “parte di Dio e sua immagine” ‑ sia avvilita da ciò che è inferiore?».
   «Nel Pensiero divino era che l’anima non conoscesse schiavitù. Ma dimentichi tu il nemico di Dio e dell’uomo? Gli spiriti inferi sono noti a voi pure».
   «Sì, e tutti con voglie crudeli. E io posso dire che, ricordando il fanciullo che ero, soltanto a questi spiriti inferi posso attribuire l’uomo che divenni e fui sino alle soglie della vecchiezza. Ora ritrovo il fanciullino smarrito di allora. Ma potrò farmi tanto fanciullo da ritornare alla purezza di allora? Il cammino a ritroso nel tempo è forse concesso?».
«Non occorre camminare a ritroso. Non lo potresti fare. Tempo passato non torna più, non si può farlo tornare, né si può ritornare in esso. Ma non è necessario.

Alcuni fra voi sono di luoghi dove è nota la teoria della scuola pitagorica. Teoria di errore. Le anime, superata la sosta sulla Terra, non tornano mai più sulla Terra in nessun corpo. Non di animale, non essendo conveniente che cosa tanto soprannaturale, quale è, abiti entro un bruto. Non di uomo, perché come sarebbe dato premio al corpo riunito all’anima nell’estremo Giudizio se quell’anima avesse avuto molti corpi per veste? Si dice, da chi crede nella teoria suddetta, che è l’ultimo corpo che gode perché, per successive purificazioni, in successive vite, l’anima soltanto nell’ultima reincarnazione raggiunge la perfezione degna di premio. Errore e offesa! Errore e offesa verso Dio, ammettendo che Egli non abbia potuto creare che un numero limitato di anime. Errore e offesa verso l’uomo, giudicandolo così corrotto che difficilmente meriti premio. Non sarà subito premio, dovrà subire una purificazione oltre vita il novantanove volte su cento. Ma purificazione è preparazione a gaudio. Perciò chi si purifica è già uno che si è salvato. E salvato che sia, godrà, dopo l’ultimo Giorno, col suo corpo. Non potrà avere altro che un corpo per la sua anima, che una vita qui, e con il corpo che gli fecero i suoi procreatori, e con l’anima che il Creatore gli ha creata per vivificare la carne, godrà il premio.

 10Rincarnarsi non è concesso, come non è concesso retrocedere nel tempo. Ma ricrearsi con moto di libera volontà sì, è concesso e Dio benedice a queste volontà e le aiuta. Voi tutti le avete avute. Ecco allora l’uomo peccatore, vizioso, sozzo, delinquente, ladro, corrotto, corruttore, omicida, sacrilego, adultero, sotto il lavacro del pentimento rinascere spiritualmente, distruggere la polpa corrotta del vecchio uomo, disperdere l’io mentale ancor più corrotto, quasi che la volontà di redimersi sia un acido che attacca e distrugge l’involucro malsano dove si cela un tesoro e, messo a nudo il proprio spirito, purificatolo, risanatolo, rivestirlo di un nuovo pensiero, di una nuova veste pura, buona, fanciulla. Oh! una veste che può accostarsi a Dio, che può coprire degnamente l’anima ricreata, e custodirla e aiutarla sino alla supercreazione di essa che è la santità compiuta che domani ‑ in un domani forse lontano, se visto con mente e misura di tempo umane; vicinissimo, se contemplato con pensiero di eternità ‑ sarà gloriosa nel Regno di Dio.
   E tutti possono, volendo, ricreare in sé il puro fanciullo dei giorni infantili, il fanciullo amoroso, umile, schietto, buono, che la madre serrava sul seno, che il padre guardava gloriandosene, che l’angelo di Dio amava e che Dio mirava con amore. Le vostre madri! Forse erano donne di grande virtù... Dio non lascerà senza premio la loro virtù. Fate dunque di averne una uguale, per riunirvi ad esse quando sarà per tutti i virtuosi una sola cosa: il Regno di Dio per i buoni. Forse non erano buone e hanno contribuito alla vostra rovina. Ma se esse non vi hanno amato, se voi non conoscete l’amore, se questa mancanza vi ha fatto cattivi, ora che un Amore divino vi ha raccolti siate santi per potere in un gaudio celeste godere dell’Amore che ogni amore supera.

 11Avete altro da chiedere?».
   «No, Signore. Tutto abbiamo da imparare. Ma al momento non troviamo altro...».
   «Vi lascerò Giovanni e Andrea per qualche giorno. Dopo manderò qui dei discepoli buoni e sapienti. Voglio che i puledri selvaggi sappiano le vie del Signore e i suoi pascoli così come quelli d’Israele, perché sono venuto per tutti e amo tutti ad un modo. Alzatevi e andiamo».
   E per primo esce nel mutato giardino, seguito alle calcagna dai suoi che si lamentano dolcemente: «Maestro, hai parlato a questi come poche volte parli ai tuoi eletti...».
   «E ve ne dolete? Non sapete che così si fa anche nel mondo quando si vuole conquistare uno che si ama? Ma con quelli che sappiamo che ci amano con tutti loro stessi e sono ormai della nostra famiglia, non c’è bisogno di arte di conquista. Basta il vederci per essere gli uni negli altri con gaudio e pace», dice Gesù con un sorriso divino, veramente divino tanto è comunicante gioia. E gli apostoli non si lamentano più, anzi beati lo guardano perdendosi nel tripudio dell’amarsi.