MARIA
VALTORTA

Voglio che le anime possano bere alla Fonte vitale della mia parola

'A Colui che siede sul trono e all'Agnello
Lode, Onore, Gloria e Potenza,
nei secoli dei secoli'.

OPERA MAGGIORE

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VOLUME IV CAPITOLO 232



CCXXXII. Guarigione di due ciechi e di un muto indemoniato.

   28 luglio 1945
   Poi Gesù scende nella cucina e, vedendo che Giovanni sta per andare alla fonte, anziché rimanere nella cucina calda e fumosa preferisce andare con Giovanni, lasciando Pietro alle prese con dei pesci che hanno portato allora allora i garzoni di Zebedeo per la cena del Maestro e degli apostoli.
   Non vanno alla fonte sorgiva che è all'estremo del paese, ma a quella sulla piazza e dove certo l'acqua viene portata ancora da quella bella e abbondante sorgiva che spiccia dalla costa del monte presso il lago. Sulla piazza è la solita folla dei paesi palestinesi a sera. Donne con le anfore, bambini che giocano, uomini che trattano di affari o... di pettegolezzi locali. Passano anche, attorniati da servi o da clienti, i farisei diretti alle ricche case. Tutti si scansano per farli passare ossequiandoli, salvo poi, appena passati, maledirli di cuore narrando i loro ultimi soprusi e strozzinaggi.

   Matteo, in un angolo della piazza, conciona i suoi antichi amici, il che fa dire con sprezzo e a voce alta al fariseo Uria: Le famose conversioni! L'affetto al peccato rimane e lo si vede dalle amicizie che durano. Ah! Ah!».
   Al che Matteo si volge risentito rispondendo: «Durano per convertirli».
  «Non ce n’è bisogno! Basta il tuo Maestro. Tu stacci lontano, che non ti torni la malattia, ammesso che tu sia guarito proprio».
   Matteo diviene paonazzo nello sforzo di non dirne quattro, ma si limita a rispondere: «Non temere e non sperare».
   «Cosa?».
   «Non temere che io torni ad essere Levi il pubblicano e non sperare che io ti imiti per perdere queste anime.
Le separazioni e gli sprezzi li lascio a te e ai tuoi amici. Io imito il mio Maestro e avvicino i peccatori per portarli alla Grazia». 
   Uria vorrebbe ribattere, ma sopraggiunge l'altro fariseo, il vecchio Eli, e dice:
«Ma non sporcare la tua purezza e non contaminare la tua bocca, amico. Vieni con me», e prende sottobraccio Uria portandolo verso la sua casa.

   3 Intanto la folla, specie di bambini, si è stretta ancora a Gesù. Vi è fra i bambini la coppia dei fratellini Giovanna e Tobiolo, quelli che in un giorno lontano si litigavano per i fichi, e dicono a Gesù, brancicando con le manine l'alto corpo di Gesù per richiamare la sua attenzione: «Senti, senti. Anche oggi siamo stati buoni, sai? Non abbiamo mai pianto. Non ci siamo mai fatti dispetti, per amore di Te. Ci dai un bacio?».
   «Siete stati buoni dunque, e per amor mio! Che gioia mi date. Eccovi il bacio. E domani siate meglio ancora».
   E vi è Giacomo, il piccolo che portava ogni sabato la borsa di Matteo a Gesù. Dice: «Levi non mi dà più nulla per i poveri del Signore, ma io ho messo via tutti gli spiccioli che mi danno quando sono buono e ora te li do. Li dai ai poveri per il mio nonno?».
   «Certamente. Che ha il nonno?». 
   «Non cammina più. É tanto vecchio e le gambe non lo reggono più». 
   «Ti spiace questo?».
   «Si, perché era il mio maestro quando si andava per la campagna. Mi diceva tante cose. Mi faceva amare il Signore. Anche ora mi dice di Giobbe e mi fa vedere le stelle del cielo, ma dalla sua sedia... Era più bello prima». 
   «Verrò da tuo nonno domani. Sei contento?».
    E Giacomo è surrogato da Beniamino, non quello di Magdala, il Beniamino di Cafarnao, quello di una lontana visione. Giunto sulla piazza insieme alla madre e visto Gesù, lascia la mano materna e si getta con un grido che pare un garrito di rondine fra la piccola calca e, arrivato davanti a Gesù, lo abbraccia ai ginocchi dicendo: «Anche a me, anche a me una carezza!».

   4 Passa in quel momento il fariseo Simone e fa un pomposo inchino a Gesù, che glielo ricambia. Il fariseo si ferma e, mentre la folla si scansa come intimorita, il fariseo dice: «E a me non daresti una carezza?», e ha un lieve sorriso.
   «A tutti che me la chiedono. Mi felicito con te, Simone, per la tua ottima salute. Mi avevano detto a Gerusalemme che eri stato alquanto malato». 
   «Si. Molto. Ti ho desiderato per guarire».
   «Credevi che Io lo potessi?». 
   «Non ne ho mai dubitato. Ma ho dovuto guarire da me perché Tu sei stato molto assente. Dove sei stato?»
   «Ai confini di Israele. Così ho occupato i giorni fra Pasqua e Pentecoste». 
   «Molti successi? Ho saputo dei lebbrosi di Innom e Siloam. Grandioso. Quello solo? No certo. Ma ciò si sa per il sacerdote Giovanni. Chi non è prevenuto crede in Te ed è beato».
   «E chi non crede perché è prevenuto? Che è di lui, saggio Simone?».
   Il fariseo si turba un poco... è combattuto fra la voglia di non condannare i suoi troppi amici che sono prevenuti contro Gesù e quella di ben meritare gli elogi di Gesù. Ma vince questa e dice: «E chi non vuole credere in Te nonostante le prove che dài è condannato».
   «Io vorrei che nessuno lo fosse...».
   «Tu sì. Noi non ti ricambiamo con la stessa misura di bontà che Tu hai per noi. Troppi non ti meritano... Gesù, ti vorrei mio ospite domani...».
   «Domani non posso. Facciamo fra due giorni. Accetti?».
   «Sempre. Avrò... amici... e li dovrai compatire se...».
   «Sì, si. Verrò con Giovanni».
   «Solo lui?».
   «Gli altri hanno altre missioni. Eccoli che tornano dalle campagne. La pace a te, Simone».
   «Dio sia con Te, Gesù».
   Il fariseo se ne va e Gesù si riunisce agli apostoli.

   5 Tornano a casa per la cena.
   Ma mentre mangiano il pesce arrostito li raggiungono dei ciechi che già avevano implorato Gesù per la via. Ripetono ora il loro: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
   «Ma andate via! Vi ha detto: "domani", e domani sia. Lasciatelo mangiare», rimprovera Simon-Pietro.
   «No, Simone. Non li cacciare. Tanta costanza merita un premio. Venite avanti voi due», dice poi ai ciechi, e quelli entrano tastando col bastone il suolo e le pareti. «Credete voi che Io vi possa rendere la vista?». 
   «Oh! sì! Signore! Siamo venuti perché ne siamo certi».
   Gesù si alza da tavola, li avvicina, pone i suoi polpastrelli sulle palpebre cieche, alza il volto, prega e dice: «Siavi fatto secondo la fede che avete». Leva le mani e le palpebre senza moto si muovono, perché la luce colpisce di nuovo le pupille rinate in uno, e si disigillano le palpebre all'altro, e dove prima era una naturale sutura, dovuta certo a ulceri mal curate, ecco che si riforma l'orlo palpebrale senza difetti e si alza e si abbassa con moto d'ala.
   I due cadono in ginocchio.
   «Alzatevi e andate. E badate bene che nessuno sappia ciò che vi ho fatto. Portate alle vostre città la novella della grazia ricevuta, ai parenti, agli amici. Qui non è necessario e non è propizio all'anima vostra. Conservatela immune da lesioni nella sua fede così come, ora che sapete cosa è l'occhio, lo preserverete da lesioni per non acciecare di nuovo».

 6 La cena ha termine. Salgono sulla terrazza dove è un poco di frescura. Il lago è tutto un brillio sotto il quarto di luna. Gesù si siede sull'orlo del muretto e si astrae a guardare quel lago di argento mosso. Gli altri parlano fra di loro a voce sommessa per non disturbarlo. Ma lo guardano come affascinati. Infatti! Come è bello! Tutto aureolato di luna che ne illumina il volto severo e sereno nello stesso tempo, permettendo di studiarne i più lievi particolari, Egli sta colla testa lievemente riversa, appoggiata al tralcio ruvido della vite che sale di lì per stendersi poi sulla terrazza. I suoi occhi lunghi, di un azzurro che nella notte pare quasi color dell'onice, pare riversino onde di pace su tutte le cose. Qualche volta si alzano verso il cielo sereno, sparso d'astri, talaltra si abbassano sulle colline, e più giù, sul lago, altre ancora fissano un punto indeterminato e pare che sorridano ad un loro proprio vedere. I capelli ondeggiano lievi al vento leggero. Con una gamba sospesa a poca distanza dal suolo, l'altra che al suolo si appoggia, sta così, seduto di sbieco, con le mani abbandonate sul grembo, e l'abito bianco pare accentuare il suo candore, farsi quasi d'argento per la luce lunare, mentre le mani lunghe e di un bianco d'avorio sembrano accentuare la loro tinta di vecchio avorio e la loro bellezza virile e pure affusolata. Anche il volto, dalla fronte alta, dal naso diritto, dall'ovale sottile delle guance, che la barba biondo rame allunga, sembra, in questa luce lunare, farsi di avorio vecchio perdendo la sfumatura rosea che nel giorno si nota al sommo delle guance. 
   «Sei stanco, Maestro?», interroga Pietro. 
   «No». 
   «Mi sembri pallido e pensieroso...». 
   «Pensavo. Ma non credo essere più pallido del solito.

 7 Venite qui... Il lume di luna vi fa tutti pallidi voi pure. Domani andrete a Corozim. Forse troverete dei discepoli. Parlate loro. E badate di essere domani al vespero qui. Predicherò presso il torrente». 
   «Che bella cosa! Lo diremo a quelli di Corozim. Oggi, nel ritorno, abbiamo incontrato Marta e Marcella. Erano state qui?», chiede Andrea. 
   «Sì». 
   «A Magdala si faceva un gran parlare di Maria che non esce più, che non dà più feste. Abbiamo riposato presso la donna dell'altra volta. Beniamino mi ha detto che quando ha voglia di fare il cattivo pensa a Te e...». 
   «...e a me, dillo pure Giacomo», dice l'Iscariota. 
   «Non lo ha detto». 
   «Ma lo ha sottinteso dicendo: "Non voglio essere bello ma cattivo, io" e mi ha guardato storto. Non mi può soffrire...». 
   «Antipatie senza peso, Giuda. Non ci pensare», dice Gesù. 
   «Sì, Maestro. Ma è seccante che...». 

 8 «C'è il Maestro?», grida una voce dalla via. 
 «C'è. Ma che volete da capo? Non vi basta il giorno quanto è lungo? É questa l'ora da disturbare dei poveri pellegrini? Tornate domani», ordina Pietro. 
 «É che abbiamo con noi un muto indemoniato. E per la strada ci è scappato tre volte. Se non era così si arrivava prima. Siate buoni! Fra poco, quando la luna sarà alta, urlerà forte e spaventerà il paese. Vedete come già si agita?! ». 
   Gesù si sporge dal muretto dopo avere attraversato tutta la terrazza. Gli apostoli lo imitano. Una collana di visi curvi su una turba di gente che alza la testa verso quelli che la chinano. In mezzo, con mosse e mugolio da orso o da lupo incatenato, un uomo ben legato ai polsi perché non fugga. Mugola dimenandosi con mosse bestiali e come cercando al suolo chissà che. Ma quando alza gli occhi e incontra lo sguardo di Gesù ha un urlo bestiale, inarticolato, un vero ululato, e cerca fuggire. La folla, quasi tutta Cafarnao nei suoi adulti, si scansa impaurita. 
   «Vieni, per carità! Gli riprende come prima...». 
   «Vengo subito». E Gesù scende svelto andando di faccia al disgraziato, che è più che mai agitato. «Esci da costui. Lo voglio». 
   L'ululo si schianta in una parola: «Pace!». 
   «Sì, pace. Abbi pace ora che sei liberato». La folla urla di meraviglia vedendo il subitaneo passaggio dalla furia alla quiete, dalla possessione alla liberazione, dal mutismo alla favella. 

 9 «Come avete saputo che ero qui?». 
   «A Nazaret ci dissero: "É a Cafarnao". A Cafarnao ce lo confermarono due che si dicevano risanati negli occhi da Te, in questa casa». 
   «É vero! É vero! Anche a noi lo dissero...», gridano in molti. E commentano: «Mai si videro simili cose in Israele!». 
   «Se non avesse l'aiuto di Belzebù non le farebbe», ghignano i farisei di Cafarnao, fra i quali manca Simone. «Aiuto o non aiuto, io sono guarito e i ciechi pure. Voi non lo potreste fare, nonostante le vostre gran preghiere», rimbecca il muto indemoniato guarito e bacia la veste di Gesù, che non risponde ai farisei ma si limita a licenziare la folla col suo: 
   «La pace sia con voi», mentre trattiene il miracolato e chi lo accompagna offrendo loro ricovero nella stanza alta per il riposo fino all'alba.

 

10Dice Gesù: 
   «Qui metterete la parabola della pecorella smarrita, avuta il 12-8-1944».